La Passeggiata di Viareggio vista dall'Ape che ronza, qui
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sabato 1 giugno 2013
sabato 11 maggio 2013
La via di Montramito
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Viareggio
giovedì 25 aprile 2013
martedì 23 aprile 2013
lunedì 8 aprile 2013
Il Punto Enel
“Se è qui per la bolletta, lei è dopo quel signore con il berretto”.
Il Punto Enel è ospitato in un negozio di telefonia. La doppia valenza
è evidente: il bancone della telefonia è design di franchising, la postazione
dell’Enel fa subito ufficio pubblico. Una scrivania in laminato, un computer
antidiluviano, un uomo rassegnato.
Aspettando il mio turno guardo gli espositori sognando un’ape perennemente
connessa che pinna, twitta e instagramma in scioltezza grazie al suo nuovo
smartphone. Ma le storie alla scrivania sono molto più interessanti della mia
deriva consumistica a occhi aperti.
Le bollette sottoposte all’uomo rassegnato mostrano importi da
capogiro per i più svariati motivi. Nell’appartamento sopra quello della
signora dai capelli bianchi e gli occhiali blu vive il figlio, e hanno un unico
contatore. Lui scalda la casa con la pompa di calore mentre lei con l’impianto
a metano.
“Quindi ora le arriverà pure la bolletta del gas, si prepari alla
botta” e la signora vorrebbe sedersi per il mancamento ma è già seduta. Può
solo far tremare le mani e chiedere la rateizzazione di questi 1.200 euro
piovuti in bolletta come una piaga d’Egitto.
“Ma non c’è modo di pagare di meno?” perché la speranza è sempre l’ultima
a morire.
“Consumare di meno” laconico l’uomo rassegnato.
L’uomo con la mantella impermeabile verde e il cappello da pescatore
islandese si scaglia contro la suocera che accende la lavatrice anche per un paio
di pantaloni e ha pure l’asciugatrice. Anche qui due appartamenti, unico
contratto, c’è chi consuma tanto e chi deve pagare, altrettanto.
“Che posso fare?” chiede l’uomo con la mantella all’uomo rassegnato
che può solo rispondere “Consumare meno o tirare un colpo alla suocera”, perché
le suocere sono più imperdonabili dei figli e una battuta se la può permettere.
L’omino con il berretto vuole sapere se è legale quello che vorrebbe fare, e all’uomo rassegnato e a me
fa tanta tenerezza, perché lui non
vuole mica fare una cosa che non si può.
Per fortuna è legale, mi sento tanto risollevata.
Sulla mia questione l’uomo rassegnato si illumina, con me non deve
ascoltare storie di figli menefreghisti, suocere consumatrici compulsive e
cessazione di attività.
Io devo capire se conviene ai miei genitori passare al mercato libero,
io conosco la differenza tra mercato tutelato e mercato libero, io so persino
cos’è l’Autorità per l’Energia. Grazie alla mia cultura basic l’uomo rassegnato
si veste della dignità del consulente mentre si sfila i panni dell’assistente
sociale e mi chiarisce le idee. Peccato che ormai il passaggio ad Enel Libero
Mercato sia già stato fatto, maledette promozioni telefoniche.
“Ora dovrà stare attenta ai consumi, per due anni, perché per
contratto è vincolato al gestore per 24 mesi”.
Quindi, la risposta è sempre la stessa, l’unica maniera di risparmiare
è consumare meno.
E’ lo stile di vita del momento, bellezza, molto up to date.
Facciamone una moda, se non riusciamo a farcene una ragione.
venerdì 1 marzo 2013
Bolle e moccoli
Nove di mattina, l’aria è ancora fresca, il mare è
una tavola. Sulla sponda del canale una fila di pescherecci.
La giornata deve essere andata bene; i pescatori
stanno ancora liberando dalle reti le ultime cicale o lavano il ponte con la
canna dell’acqua, sebbene smoccolando.
“Ora guarda se ci deve volè’l bianco ponte a’pescherecci” e ne deduco che per legge il ponte del
peschereccio d’essere pulito, portato al bianco, una volta scaricato il pesce,
“mi tocca ripassacci cento vorte, pulito ‘un ci viène di siùro”. Toglilo, il
nero di seppia e la sugna dei cavi, dalla vetroresina del barchino.
Razze, cicale e gamberetti, qualche gallinella e triglie
di fango, sdraiate sul ghiaccio. Le donne hanno disposto il pescato nelle
cassette di polistirolo e urlano i prezzi, gli anziani commentano merce e costo,
le mogli contrattano e i clienti discutono, c’è chi conta gli spiccioli e “via,
se ’un c’arivi co’ssoldi ci si rifa’ la prossima vorta”, incartando nel
giornale la paranza per il fritto o la zuppa.
Faccio qualche scatto a un banchetto, l’uomo del
pesce con il viso simpatico e gli occhi azzurri mi domanda se è venuto bene,
così gli mostro la foto.
“Mi chiamo Pierluigi” porgendomi la mano, che
stringo: usti se è ghiaccia.
Serve una signora anziana che si lamenta perché ha
dovuto aspettare, perché il pesce non è bello, perché costa troppo, perché non
è quello che voleva lei. Ha un tono che farebbe innervosire Sai Baba e anche un
po’ Pierluigi, il pescatore galante.
Pierluigi pesa il pescato con una bilancia di ferro,
di quelle con un braccio solo e un grande piatto appeso. Sposta il contrappeso
fino all’equilibrio, la signora mugugna e lui aggiunge un nasello.
“Questo glielo offro io. Lo faccia al vapore, è
buono anche così” e mi strizza l’occhio. Ma la signora non è soddisfatta, sta
per tirare un moccolo poi si blocca.
Un ragazzotto calvo, alto e grosso ha appoggiato
due secchi a terra accanto a lei. Ha i jeans lisi e una maglia a righe bianche
e rosse, come un gondoliere.
Con un movimento lento porta il braccio dietro,
oltre la testa ed estrae dalla maglia, come fossero frecce da una faretra, una
coppia di bastoncini lunghi e sottili collegati da una corda alle estremità.
Tenendoli uniti, abbassa i bastoncini fino a far sparire la corda nel secchio.
Poi li solleva, allarga le braccia e imprime loro un movimento rapido
alternato, circolare. Dalla corda prende vita un'enorme bolla di sapone che si
solleva verso l’alto.
D’incanto, il silenzio.
Pescatori, pensionati, Pierluigi e signora brontolona,
tutti si fermano con i cartocci del pesce in mano, ad osservarne le evoluzioni.
Dapprima informe la bolla ondeggia, si schiaccia e si espande, infine diventa
una sfera perfetta. E’ così grande che sembra pesante ma continua a salire, poi
entra in un vortice, accelera ed esplode contro un lampione.
Pescatori, pensionati, Pierluigi, signora brontolona ed
io ci voltiamo verso il ragazzotto. Lui ripete il gesto e crea una nuova bolla,
la lascia appesa un istante alla corda grondante acqua saponata, la libera e
lei parte per un nuovo volo.
La signora la guarda scomparire oltre il palazzo,
poi tira il moccolo rimasto sospeso, prende il pesce e se ne va.
mercoledì 27 febbraio 2013
Un altro fottuto tramonto.
Ci sono giornate come questa in cui lo odio, il mare.
Quando l’inverno sta per finire.
L’inverno qui dura poco, un mese neanche, eppure pesa,
uh se pesa. In quel mese respiro la mestizia delle giornate inutili, la
solitudine del sopravvissuto, il rimpianto della velocità. Mi dà fastidio la
sensazione di stallo, il lungomare deserto, i locali chiusi per ferie, le
passeggiate meditative sulla spiaggia, persino i tramonti, tutti uguali.
Talmente tutti uguali che non ci vado neanche più a
vederlo il tramonto, tanto cosa ci vado a fare. Mai una volta che boh, arrivo
alla rotonda di Torre del Lago e il cielo è bigio, stagno, compatto, informe.
No, nessuna sorpresa, il tramonto qui è sempre
meraviglioso.
Così penso che
palle, un altro fottuto tramonto in riva al mare, perché l’inverno fa
sembrare che qui, a parte il tramonto sul mare, non è che ci sia poi molto
altro.
L’inverno fa venire voglia di scappare, non mi ci frega più un altro inverno qui,
penso, se non fossi in questo posto
dimenticato dall’attività professionale e dalle iniziative potrei fare cose e vedere gente, e mi
prende la melanconia urbana, la voglia della linea 3 e della frenesia alla
cassa del cinema.
Poi arriva una giornata come questa, anticipazione
del mutamento.
Allora ricordo che esistono altre stagioni, rispolvero
i vecchi paragoni, in città la primavera
non ha profumo, penso, e l’estate sa
di asfalto caldo e condizionatori a palla.
Tornano alla mente le pause pranzo di maggio sulla
riva al mare, l’odore del camuciolo che sale dalla sabbia calda di mezzogiorno,
le telefonate a spregio agli amici metropolitani passeggiando tra le dune, le
birrette all’uscita dell’ufficio bevute osservando i bagnini che pettinano la
spiaggia. Ringalluzzisco, dimenticando la mestizia delle giornate inutili e la
solitudine del sopravvissuto, riprendo a sorridere.
In giornate come questa odio il mare che trasforma la
mestizia in promessa di felicità e la solitudine in aspettativa del
domani. Il mare non lascia mai in pace, sembra messo lì apposta per portar
scompiglio.
Vivere qui, a Torre del Lago, mi fa sentire come Ulisse a Ogigia, prigioniero di un sogno.
Vivere qui, a Torre del Lago, mi fa sentire come Ulisse a Ogigia, prigioniero di un sogno.
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mercoledì 13 febbraio 2013
Il negozio degli errori.
Liberarsi del superfluo. Questa è la spinta che mi
viene dal mondo e del superfluo io vado liberandomi. Giochi in scatole ancora intonse
per il non-uso, strenne natalizie ininteressanti, vestiti immacolati frutto di
regali sbagliati o di acquisti sventati. Oggetti che occupano spazio in casa e nella
memoria.
Mi libero del superfluo, lo porto in un negozio dell’usato.
Mi libero del superfluo, lo porto in un negozio dell’usato.
In questo negozio vendono usato non-usato, è una
vetrina di oggetti acquistati o regalati per errore, è il negozio degli oggetti
sbagliati. Chi entra qui lo fa per liberarsi dei propri o degli altrui errori e
lo fa con il lieve senso di vergogna che l’ammissione dell’errore comporta.
“Questo era per il battesimo, l’ha indossato una
sola volta”.
“Svuotavo l’armadio ed è saltato fuori questo. E’
ancora nella busta, non lo ricordavo nemmeno più”.
La ragazza osserva il capo, controlla la
confezione, verifica la taglia. Cataloga l’errore con occhio esperto e gli
attribuisce una quotazione.
“Questo è di marca, lo vendo subito, 65 euro.
Questo è difettato, lo metto a 5. Questo non lo vuole nessuno, vedi: ha una
macchia qui”.
La ragazza lo sa, capisce cosa va e cosa no; anche
nell’errore esiste una gerarchia di valori. Quindi l’errore macroscopico si
vende, l’errore piccolo, la distrazione con una macchia, no.
La ragazza si dice stupita; chi viene a comprare i
vestiti da lei lo fa perché può permettersi giusto questo, cioè l’errore degli
altri. Ma chi entra qui non vuole disvelare la fonte, l’errore non ammette
macchia, l’errore acquistato di seconda mano deve essere vergine, un
perfetto errore.
Solo attraverso la perfezione, l’errore perde la sua
caratteristica originaria e il suo acquisto non dà più vergogna.
Così questo è il negozio dove solo i perfetti
errori guadagnano una vetrina, per gli altri, gli errori a metà, non resta che
il bidone giallo della Caritas.
venerdì 25 gennaio 2013
Dove vive l'arte.
La
prima cosa che vedo è una coppia di gigantesche ali grigie richiuse su se
stesse, in attesa. Il primo odore che m’arriva è quello del ferro incandescente
che scalda l’aria che respiro.
La
prima reazione che mi monta è un nodo alla gola, poi un moto di stizza perchè
questa mattina c’è una brutta luce e le foto non verranno, poi mi sale il
sorriso, poi mi viene da ridere forte. Dentro l’hangar le altre ali sono già
montate e colorate e quello che ho davanti è uno spettacolo magnifico. Le
macchine moventi del Carnevale sono in costruzione, ci quasi siamo, il primo
corso è vicino.
La
grande piazza della Cittadella è un laboratorio a cielo aperto, un’officina della
meraviglia fuori scala.
Uomini
e donne con scarpe rinforzate e tute da lavoro, un movimento continuo di ferri,
strutture, colossi e trattori. E tanta arte indaffarata a saldare, incollare,
montare e aerografare.
Gli
hangar sono aperti al pubblico, così passeggio tra le putrelle, osservo i giganti
e domando. Gli artisti sono gentili, mi permettono di fotografare i carri ma non
di farsi fotografare, non hanno voglia di apparire. Stanno lì con le mani nella
colla o sul saldatore, con la maschera sul viso a proteggersi dalle scintille.
Sono
timidi, ma orgogliosi del proprio lavoro: “fotografa pure ma senza entrare, è
pericoloso” e si scostano, mannaggia, proprio mentre scatto ché non vogliono
rovinarmi la foto, “non mi fotografa’ che son brutto”.
Guardano
i bozzetti appesi alle pareti e mi sembra incredibile che da un disegno così
piccino ne esca un’opera così grande, e sì che sono architetto, dovrei esserci
abituata.
Non
capiscono che sono loro, con le loro mani abili malgrado le dita ghiacciate, il
vero spettacolo di questa cittadella. Sono loro, i carristi, a dare la dimensione
a quello che sto vedendo e restituiscono la scala reale all’evento in
allestimento. Artisti, artigiani e operai, che creano la più grande macchina da
spettacolo di questa città. Il corso dei carri.
Se
veder sfilare i carri in passeggiata è uno spettacolo impressionante, vederli
costruire è la misura dell’abilità dell’uomo e guardare queste mani che
lavorano è scoprire quanta arte può vivere fra le dita.
le foto della Cittadella le trovate qui
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