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sabato 17 agosto 2013
Marina di Pisa. Che le onde si infrangano al largo.
L'Ape per Paperproject ha ronzato qui
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martedì 16 luglio 2013
I Gatti Mézzi. Agli antipodi degli stereotipi.
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mercoledì 29 maggio 2013
Ouvrir une porte. L'Auditorium di Pigna
Se la vocina suggerisce aprire
tutte le porte, sempre, io lo faccio, ché dietro ogni porta c’è una
sorpresa. Quindi apro il portone in legno che ho davanti ed entro.
Aspetto che gli occhi si abituino alla diversa intensità della luce,
mi porto verso il parapetto che ora finalmente intravedo a lato del foyer e mi
affaccio. Un pavimento in legno nero, una gradinata con i sedili richiusi,
pareti forate come le murature medioevali, nove sedie disposte a emiciclo e
nove musici seduti, sotto il cono di luce degli spot.
Nove musici, niente abito di scena ma leggii, partiture e strumenti.
Ogni musico assomiglia al proprio strumento; il flauto porta le ballerine, è
esile e parla sottovoce; oboe e clarini sono indisciplinati e ridono spesso,
fagotto e controfagotto parlano poco e sempre a proposito. Poi ci sono i corni;
mi domando cosa spinge una persona ad imparare a suonare il corno.
Il primo corno dirige, osserva i compagni, solfeggia sulla partitura indicando
gli accenti, il secondo annuisce e puntualizza. Poi il primo corno dà il via, con
un movimento deciso della testa.
Iniziano a suonare e la sala si accende di una musica limpida, e
quando la musica è limpida si può vedere,
si possono seguire le onde disegnare l’aria, rincorrersi e saltellare fino
a scomparire. Rapita le seguo, le onde, le guardo accarezzare le mura nude,
rimbalzare sulla cupola in mattoni e scorrere lungo l’assito sopra la
gradinata.
L’ultima onda si dissolve, le labbra si staccano dagli strumenti; il
primo corno svuota il suo ottone dalla saliva, corregge gli oboe e sprona il
flauto, il fagotto produce una nota bassa e il clarinetto pulisce l’ancia.
Riprendono; il flauto è timido ma dovrebbe essere sfrontato. Prova e
riprova l’attacco, chiede scusa e prova ancora. Pazienti gli altri aspettano; quando
il flauto dà il via proprio come il primo corno vorrebbe, gli ottoni e i legni
entrano in successione e la musica può danzare.
Finito. Il flauto si alza, inciampa, volano gli spartiti, li
raccoglie, saluta i compagni.
Finito. Esco, il portone di legno mi riporta sulla terra.
Devo googolare per capire a pieno. Le pareti in terra cruda, la volta
in mattoni, l’assito al soffitto e i fori, tutto è studiato per la perfezione
acustica. Un gioiello di architettura contemporanea incastonato a 224 metri di
altitudine in un paese di 102 anime, in Balagna. Un comune morente che investe
in cultura, trasformando la sua agonia in eccezione; oggi vengono da tutta
Europa per registrare in questa sala.
Architettura che diventa musica, ed è
bastato aprire una porta.
sabato 11 maggio 2013
La via di Montramito
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venerdì 1 marzo 2013
Bolle e moccoli
Nove di mattina, l’aria è ancora fresca, il mare è
una tavola. Sulla sponda del canale una fila di pescherecci.
La giornata deve essere andata bene; i pescatori
stanno ancora liberando dalle reti le ultime cicale o lavano il ponte con la
canna dell’acqua, sebbene smoccolando.
“Ora guarda se ci deve volè’l bianco ponte a’pescherecci” e ne deduco che per legge il ponte del
peschereccio d’essere pulito, portato al bianco, una volta scaricato il pesce,
“mi tocca ripassacci cento vorte, pulito ‘un ci viène di siùro”. Toglilo, il
nero di seppia e la sugna dei cavi, dalla vetroresina del barchino.
Razze, cicale e gamberetti, qualche gallinella e triglie
di fango, sdraiate sul ghiaccio. Le donne hanno disposto il pescato nelle
cassette di polistirolo e urlano i prezzi, gli anziani commentano merce e costo,
le mogli contrattano e i clienti discutono, c’è chi conta gli spiccioli e “via,
se ’un c’arivi co’ssoldi ci si rifa’ la prossima vorta”, incartando nel
giornale la paranza per il fritto o la zuppa.
Faccio qualche scatto a un banchetto, l’uomo del
pesce con il viso simpatico e gli occhi azzurri mi domanda se è venuto bene,
così gli mostro la foto.
“Mi chiamo Pierluigi” porgendomi la mano, che
stringo: usti se è ghiaccia.
Serve una signora anziana che si lamenta perché ha
dovuto aspettare, perché il pesce non è bello, perché costa troppo, perché non
è quello che voleva lei. Ha un tono che farebbe innervosire Sai Baba e anche un
po’ Pierluigi, il pescatore galante.
Pierluigi pesa il pescato con una bilancia di ferro,
di quelle con un braccio solo e un grande piatto appeso. Sposta il contrappeso
fino all’equilibrio, la signora mugugna e lui aggiunge un nasello.
“Questo glielo offro io. Lo faccia al vapore, è
buono anche così” e mi strizza l’occhio. Ma la signora non è soddisfatta, sta
per tirare un moccolo poi si blocca.
Un ragazzotto calvo, alto e grosso ha appoggiato
due secchi a terra accanto a lei. Ha i jeans lisi e una maglia a righe bianche
e rosse, come un gondoliere.
Con un movimento lento porta il braccio dietro,
oltre la testa ed estrae dalla maglia, come fossero frecce da una faretra, una
coppia di bastoncini lunghi e sottili collegati da una corda alle estremità.
Tenendoli uniti, abbassa i bastoncini fino a far sparire la corda nel secchio.
Poi li solleva, allarga le braccia e imprime loro un movimento rapido
alternato, circolare. Dalla corda prende vita un'enorme bolla di sapone che si
solleva verso l’alto.
D’incanto, il silenzio.
Pescatori, pensionati, Pierluigi e signora brontolona,
tutti si fermano con i cartocci del pesce in mano, ad osservarne le evoluzioni.
Dapprima informe la bolla ondeggia, si schiaccia e si espande, infine diventa
una sfera perfetta. E’ così grande che sembra pesante ma continua a salire, poi
entra in un vortice, accelera ed esplode contro un lampione.
Pescatori, pensionati, Pierluigi, signora brontolona ed
io ci voltiamo verso il ragazzotto. Lui ripete il gesto e crea una nuova bolla,
la lascia appesa un istante alla corda grondante acqua saponata, la libera e
lei parte per un nuovo volo.
La signora la guarda scomparire oltre il palazzo,
poi tira il moccolo rimasto sospeso, prende il pesce e se ne va.
martedì 5 febbraio 2013
L’amore è una favola.
Ha
le spalle da uomo, il collo da uomo e la mascella da uomo, ma le dita lunghe e
le unghie laccate bordeaux, perfette. I lineamenti tirati dalla coda da
cavallo, mi guarda attraverso occhiali da sole, come io guardo lei, strizzando
gli occhi perché è controluce. Il mio cane sta annusando la natura a una cagna
festosa, poi nell’entusiasmo decide di pisciare proprio qui, ai piedi di questa
donna con le unghie bordeaux. Tiro il guinzaglio per farlo
smettere e mi scuso con lei.
“Lascialo, não è nada”.
Ha la voce modulata da donna dei
desideri, talmente delicata che ci sorridiamo e abbasso il mio tono anch’io. Si
appoggia allo steccato in legno, mettendosi in posa.
“È masculino, vero? Quando vedono
femmine, todos os masculinos fanno questo”, io penso intenda scondinzolano festosi annussando
la natura femminile, e non pisciano ai
loro piedi.
“Aspetti?” le chiedo, inopportuna
o impertinente, ma la domanda è uscita per conto suo.
“O
meu fidanzato lavora” facendo un gesto con la mano per dire è da qualche parte, arriverà “estou
aqui, eu gosto do sol”.
Non
ha segni della barba, le labbra sono disegnate senza eccesso e ha un sorriso
dolce; non si è offesa per la domanda, per alcuni secondi guarda il cane con simpatia
poi solleva lo sguardo verso la macchina che sta accostando e si alza staccandosi dallo steccato.
Mi saluta con un cenno della mano, facendo danzare le unghie laccate.
Raggiunge la macchina, appoggia i gomiti alla portiera e infila la testa dentro
l’abitacolo attraverso il finestrino aperto, poi si decide ed entra, sedendosi con grazia
anche se sarà alta un metro e novanta.
La
macchina riparte, non vedo se si sono baciati, ma vedo l’adesivo attaccato sul lunotto:
“L’amore è una favola”.
venerdì 25 gennaio 2013
Dove vive l'arte.
La
prima cosa che vedo è una coppia di gigantesche ali grigie richiuse su se
stesse, in attesa. Il primo odore che m’arriva è quello del ferro incandescente
che scalda l’aria che respiro.
La
prima reazione che mi monta è un nodo alla gola, poi un moto di stizza perchè
questa mattina c’è una brutta luce e le foto non verranno, poi mi sale il
sorriso, poi mi viene da ridere forte. Dentro l’hangar le altre ali sono già
montate e colorate e quello che ho davanti è uno spettacolo magnifico. Le
macchine moventi del Carnevale sono in costruzione, ci quasi siamo, il primo
corso è vicino.
La
grande piazza della Cittadella è un laboratorio a cielo aperto, un’officina della
meraviglia fuori scala.
Uomini
e donne con scarpe rinforzate e tute da lavoro, un movimento continuo di ferri,
strutture, colossi e trattori. E tanta arte indaffarata a saldare, incollare,
montare e aerografare.
Gli
hangar sono aperti al pubblico, così passeggio tra le putrelle, osservo i giganti
e domando. Gli artisti sono gentili, mi permettono di fotografare i carri ma non
di farsi fotografare, non hanno voglia di apparire. Stanno lì con le mani nella
colla o sul saldatore, con la maschera sul viso a proteggersi dalle scintille.
Sono
timidi, ma orgogliosi del proprio lavoro: “fotografa pure ma senza entrare, è
pericoloso” e si scostano, mannaggia, proprio mentre scatto ché non vogliono
rovinarmi la foto, “non mi fotografa’ che son brutto”.
Guardano
i bozzetti appesi alle pareti e mi sembra incredibile che da un disegno così
piccino ne esca un’opera così grande, e sì che sono architetto, dovrei esserci
abituata.
Non
capiscono che sono loro, con le loro mani abili malgrado le dita ghiacciate, il
vero spettacolo di questa cittadella. Sono loro, i carristi, a dare la dimensione
a quello che sto vedendo e restituiscono la scala reale all’evento in
allestimento. Artisti, artigiani e operai, che creano la più grande macchina da
spettacolo di questa città. Il corso dei carri.
Se
veder sfilare i carri in passeggiata è uno spettacolo impressionante, vederli
costruire è la misura dell’abilità dell’uomo e guardare queste mani che
lavorano è scoprire quanta arte può vivere fra le dita.
le foto della Cittadella le trovate qui
le foto della Cittadella le trovate qui
sabato 19 gennaio 2013
Il Festival Circus
Oggi fa freddo, tira vento e piove una pioggia che vorrebbe essere neve ma proprio non ce la fa. Stanno
smontando il circo; non so se ci sono immagini più forti di un circo in
partenza, per evocare il concetto della festa finita, anzi mi sa che non ce n’è.
Hanno
cominciato ieri a tirare giù il tendone e prima, quando sono passata, i camion
erano in fila quasi pronti. La direttrice fumava, stretta nella giacca a vento
e con le galosce che scivolano nel fango, guardava smontare gli ultimi
tralicci, quelli che sostenevano le luci e il trapezio.
Avevano
anche fatto delle repliche, ché lo spettacolo era piaciuto. Ma infatti è proprio un bello spettacolo avevo
pensato io, uscita dalla prima venerdì scorso. Poi è un circo etico, niente
animali; è uno di quei piccoli circhi che girano come una trottola e dove tutti
fanno tutto.
All’accoglienza
giovani Sandokan in livrea, però senza barba;
mostrano dignitosi il posto assegnato con un gesto del braccio che
sprigiona un leggero odore di sudore dall’unica divisa usata chissà quante
volte prima di esser lavata. La direttrice sta alla biglietteria insieme alla trapezista,
l’acrobata al bar insieme al clown, in una sarabanda di nazionalità.
Poi
calano le luci e diventano re.
Gli
acrobati, i clown, i giocolieri, la trapezista e il mago. Re dello spettacolo,
con la dignità cucita addosso da quei costumi pacchiani di lustrini e dall’espressione
concentrata sul sorriso di scena. Volando sul trapezio o sulla tela bianca,
ballando con i cerchi che scorrono addosso, sempre uno in più, lanciando le
clavette per riprenderle a tempo di musica, spetazzando con la trombetta,
sparendo nel baule.
Per ogni
numero c'è un verso di stupore o una risata sincera dai bambini sulle gradinate.
Perché ai bambini piace proprio andare al circo; già alla biglietteria fremono
d’impazienza, anzi già fremono nel vedere il tendone venir su dal nulla. Di fronte a quel tendone cominciano a immaginare, ipotizzare di alzarsi in volo o lanciare coltelli. Per questo vado volentieri al
Circo, perché 6 euro in fondo son poca cosa, per mantenere vivo un sogno, anche
se poi il sogno leva le tende e se ne va.
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