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domenica 5 maggio 2013

Doppia informazione


L’omicidio di Castagneto mi ha colpito per la quantità di livelli di lettura possibili.
L’episodio si racconta in poche parole. Una ragazza di 19 anni finisce il turno serale in pizzeria e la mattina dopo la trovano in fondo a una piana, seminuda, morta. Viene fermato un uomo, un segalese, e rilasciato. Poi un secondo senegalese, il presunto omicida, grazie alla segnalazione di un connazionale.

In questa vicenda ci sono tutti i temi :
c’è una ragazza che si fidava
c’è un uomo violento
c’è una violenza oscena
c’è un senegalese pericoloso in Italia per mancato controllo
c’è un senegalese coraggioso in Italia con regolare permesso
c’è un paese di 9.000 abitanti stravolti dal dolore
c’è un paese di 9.000 abitanti di cui 1.000 immigrati perfettamente integrati
ci sono le forze dell’ordine determinate
ci sono giornalisti che seguono la notizia
ci sono i social network che la diffondono
ci sono i giornali che arrivano il giorno dopo.
Metto da parte la questione del crimine commesso, si commenta da sé.
Sottilineo l’aspetto che mi ha fatto pensare. Ho seguito la vicenda sul web attraverso twitter e facebook, e sul cartaceo con il Tirreno. Dal web ho avuto gli aggiornamenti in tempo reale in 140 caratteri e collegamenti con tutti gli argomenti affini. Nel web ho visto la professionalità e l'empatia di chi se ne è occupato, la pochezza dei poveri di spirito e la ricchezza delle anime salve.
Sul giornale ho avuto gli approfondimenti necessari e la calma per riflettere. Non so come andranno a finire i social network e i giornali di carta, ma per ora questa doppia presenza è l’essenza dell’informazione.

mercoledì 27 febbraio 2013

Un altro fottuto tramonto.


Ci sono giornate come questa in cui lo odio, il mare.
Quando l’inverno sta per finire.
L’inverno qui dura poco, un mese neanche, eppure pesa, uh se pesa. In quel mese respiro la mestizia delle giornate inutili, la solitudine del sopravvissuto, il rimpianto della velocità. Mi dà fastidio la sensazione di stallo, il lungomare deserto, i locali chiusi per ferie, le passeggiate meditative sulla spiaggia, persino i tramonti, tutti uguali.
Talmente tutti uguali che non ci vado neanche più a vederlo il tramonto, tanto cosa ci vado a fare. Mai una volta che boh, arrivo alla rotonda di Torre del Lago e il cielo è bigio, stagno, compatto, informe.
No, nessuna sorpresa, il tramonto qui è sempre meraviglioso.
Così penso che palle, un altro fottuto tramonto in riva al mare, perché l’inverno fa sembrare che qui, a parte il tramonto sul mare, non è che ci sia poi molto altro.
L’inverno fa venire voglia di scappare, non mi ci frega più un altro inverno qui, penso, se non fossi in questo posto dimenticato dall’attività professionale e dalle iniziative potrei fare cose e vedere gente, e mi prende la melanconia urbana, la voglia della linea 3 e della frenesia alla cassa del cinema.
Poi arriva una giornata come questa, anticipazione del mutamento.
Allora ricordo che esistono altre stagioni, rispolvero i vecchi paragoni, in città la primavera non ha profumo, penso, e l’estate sa di asfalto caldo e condizionatori a palla.
Tornano alla mente le pause pranzo di maggio sulla riva al mare, l’odore del camuciolo che sale dalla sabbia calda di mezzogiorno, le telefonate a spregio agli amici metropolitani passeggiando tra le dune, le birrette all’uscita dell’ufficio bevute osservando i bagnini che pettinano la spiaggia. Ringalluzzisco, dimenticando la mestizia delle giornate inutili e la solitudine del sopravvissuto, riprendo a sorridere.
In giornate come questa odio il mare che trasforma la mestizia in promessa di felicità e la solitudine in aspettativa del domani. Il mare non lascia mai in pace, sembra messo lì apposta per portar scompiglio.
Vivere qui, a Torre del Lago, mi fa sentire come Ulisse a Ogigia, prigioniero di un sogno.

martedì 26 febbraio 2013

Dentro e fuori

Vip Cabin - Alpha 76' Flybridge - Luiz De Basto
Mi piace disegnare gli interni degli yachts.
Quando disegno l’interno di uno yacht posso dimenticarmi di quello che c’è fuori; devo tener conto di struttura, scafo e sovrastruttura che forniscono l'unico limite da rispettare ma dentro tutto il resto è libertà.

Non mi interessano le finestrature, il vetro si può serigrafare fino a far scomparire il dentro; le compartimentazioni sono libere da vincoli e i mobili possono occupare la murata come torna meglio. Mi dimentico l’ortogonalità e sfrutto le potenzialità. Però ogni angolo, ogni buco, ogni vuoto nello scafo o nella sovrastruttura diventa spazio da riempire con impianti o con oggetti. Non separo mai le tre dimensioni e mantengo sempre una prospettiva tridimensionale, però ogni centimetro verso la prua mi porta a nuove difficoltà.

Il centimetro è unità di misura troppo grande, lavoro in millimetri e anche trenta millimetri guadagnati risolvono un problema.

Di tutto questo dentro, fuori non c’è traccia. Lo yacht, fuori, è come se non avesse un dentro.

In architettura è diverso, ciò che è dentro esce e ciò che è fuori entra. La facciata diventa pelle che si modifica secondo le funzioni interne e i flussi che deve accogliere. Un tramezzo non può arrivare su una finestra, o sposto il tramezzo o sposto la finestra o rimetto tutto in discussione. A volte ciò che è dentro si disciplina e si ordina sulla base di ciò che è fuori, altre volte il fuori disegna il dentro. A volte il dentro spinge il fuori anche volumetricamente, come quando all’ottavo mese di gravidanza il bimbo pianta un piede sotto il costato e wow! se ne vede chiaramente la forma da fuori, attraverso la maglietta.

L’edificio è un organismo e a me piace chiamarlo corpo di fabbrica.

Gli yachts invece no. Negli yachts il fuori deve navigare, il dentro serve per stare. Due funzioni, due leggi separate.

In questo modo il dentro diventa un luogo altro, uno spazio organizzato secondo principi propri. Un nido indifferente a tutto quello che passa fuori, un luogo sicuro statico rispetto al fuori in perenne movimento.

Il mio ambiente preferito e il più odiato è la cabina di prua, la più difficile da disegnare. Lo scafo si restringe repentinamente, la chiglia si alza. Il dentro deve fare sforzi enormi per non mostrare il fuori e non mostrarsi da fuori. Il letto si appoggia direttamente alla struttura, gli armadi diventano grandi all’esterno e piccoli all’interno, il prospetto a murata diventa una scenografia, perché anche se c’è solo un oblò piccolo piccolo bisogna per coerenza di stile disegnare il box della finestra, che infatti si chiama teatro. Un teatro con veneziane e tende per l’oscuramento e senza neanche una fonte di luce da oscurare.

Io ho sempre odiato gli yachts e non mi ha mai interessato passarci del tempo. Ma ecco, ora che fanno parte del mio lavoro comincio a pensare che non mi dispiacerebbe dormire in quei nidi accoglienti, indifferenti agli eventi, in cui il fuori non entra se non con un impercettibile rollìo, e dove è permesso ogni tanto uscire fuori per osservare lo spettacolo del grande mare sul quale ti stai muovendo.

Ringrazio Luiz che gentilmente mi ha concesso l'uso dell'immagine.

venerdì 1 febbraio 2013

Donne.


L. ha un modo di fare nervoso e il fisico di conseguenza. Fuma aggrappandosi alla sigaretta e finisce le frasi mentre se ne va. E’ una di quelle tipe che solo per il fatto che ti salutano ti fa sentire speciale. Ha un marito disoccupato, due ragazzine deliziose e una sorella in ospedale da quest’estate, quattro mesi in coma, si è risvegliata un paio di mesi fa. La fase di recupero è la più dura, L. lo sa bene, sta con lei prima di entrare al lavoro e dopo aver preso le figlie a scuola. Le tocca insegnarle di nuovo a vivere.
V. è una stronza di prima categoria, ha un figlio insopportabile che tra un paio d’anni sarà da comunità di recupero. E’ lo stereotipo della cafona, mi chiedo se abbia conosciuto suo marito a Uomini e donne, e mi rispondo di no, solo perché persino in televisione fanno una certa selezione.
C. viene da lontano e parla perfettamente l’italiano. Ha una bimba con gli occhi da principessa e un marito innamorato; mi ha regalato cinque uova delle sue galline, una manciata delle sue spezie e mi ha spiegato come si cucina lo stufato, al suo paese.
G. aveva un negozio che ha dovuto chiudere, allora ne ha aperto un altro e ora vende vestiti usati. Hanno provato, lei e la cognata, ed è andata bene. La cognata assomiglia tantissimo a Rossy De Palma e dice sempre che vuole partecipare a Miss Trans, almeno è sicura di vincere.
E. è allegra per dna, non c’è verso di vederla arrabbiata. Ha una parola simpatica per tutte e un figlio per ogni uomo che ha avuto; ad ognuno dei suoi figli ha regalato un nome improbabile, una buona dose di senso dell’umorismo e una spiccata avversione alle regole.
N. non ne voleva più di figli, perché i primi due erano nati speciali. Così quando è rimasta incinta ci ha pensato qualche secondo, poi si è detta proviamo di nuovo e ora si sorprende del nuovo venuto ogni minuto, perché è speciale pure lui, come tutti i figli.
T. fa la psicologa e due figli grandi, ormai. Ha occhi vispi, la gestualità da attrice e un tono di voce rassicurante; spesso si chiede com’è che anche tra chi ha le carte giuste ci sia qualcuno che non sappia giocare mani vincenti. Così aiuta a vedere il gioco, non sopporta le occasioni sprecate.

mercoledì 16 gennaio 2013

Vincenzina e la fabbrica



La ragazza sta spiegando alla signora come compilare il modulo: qui la firma, qui il documento di identità, qui comune di iscrizione alle liste elettorali. Sono sedute al tavolo della terrazza della pasticceria, la signora tiene un’MS tra le dita rugose mentre scrive i suoi dati e la ragazza allontana con la mano il fumo che le arrossa gli occhi chiari, indicando i campi vuoti.
Io l’avevo capito che era qualcosa di elettorale ed ero lì lì per chiedere, ché mi piace partecipare, ma c’è chi mi precede.
“Non è un voto, è solo un sostegno ad una persona. Mio cognato, il marito di Vincenzina, si candida al Senato”. Che bello, ci sono ancora persone che si chiamano Vincenzina.
“Io voto Berlusconi”. Ecco, così mi tocca guardare bene chi è che parla. Una vecchia, mi si permetta il termine, con il turbante di lana, gli occhiali da miope, il cappotto con il collo di pelliccia e la voce roca da fumatrice accanita. “Perché ha detto che toglie l’IMU”.
“Infatti mio cognato si presenta con lui e lo voto anch’io”
Mi sarebbe anche stata simpatica la ragazza, ha un bel modo di fare, gli occhi vispi e un lieve accento napoletano che mi aveva già fatto immaginare storie di decisioni sofferte e traslochi euforici e attivismo equosolidale, e magari sarei tornata a bere il caffè nel suo bar qualche altra volta nelle mie peregrinazioni.
E invece fanculo, mi si permetta il termine. Ho pochi soldi ma scelgo come mi spendo, e questi sono gli ultimi 80 cent che passeranno dalle tasche della mia giacca alla cassa di questa pasticceria, e fischietto Vincenzina e la fabbrica, che mi ha sempre fatto venire la mestizia, ma oggi la fischio con orgoglio.