venerdì 5 febbraio 2016

Storia di A.

A. ha nove anni e parecchi problemi. Che genere di problemi non lo so, ma ha un'insegnante di sostegno e una mamma che pensavo che fosse sua nonna, poi ho scoperto che è più giovane di me.
A. è lungo, secco e cammina dinoccolato; ha lo sguardo sempre lontano e le mie figlie non lo reggono perché tira i capelli e parla da solo, spesso a sproposito.
A. mi fa tenerezza per quello suo sguardo in vacanza e quella sua mamma-nonna che trovo in ciabatte a giocare al videopoker ogni giorno.
Venerdì c’è stata la recita di fine anno al teatro del paese; il teatro era pieno di genitori, Samsung, iPhone, iPad e tablet di vario genere. Ogni genitore aveva una lacrima pronta a scivolare sul display e la batteria carica, la mamma-nonna si era persino ricordata di mettersi le scarpe.
Lo spettacolo è stato uno spettacolo; bambini e insegnanti avevano lavorato a scenografie, testi, musica, costumi e ruoli. Tutto perfetto, nella beata innocenza dei fanciulli che recitavano le loro battute con la passione di attori consumati e con la stessa emozione.
S’arriva alla fine; tutti i bambini si portano sul palcoscenico, i flauti in prima fila. Parte la chitarra, poi la fisarmonica, infine i flauti. A. si mette di fronte al microfono e comincia a cantare, indeciso.
I compagni dietro di lui sono imbarazzati, scuotono la testa, ora ci rovina la recita pensano. Ma A. prende coraggio, gli piace star davanti a tutta quella gente, gli piace sentire le luci su di sé, gli piace la sua voce amplificata. Così si corregge, trova la tonalità e si trasforma, interpreta con il suo sguardo in vacanza e i suoi gesti sconnessi quella canzone delicata in vernacolo che tiene il filo dello spettacolo, manco l’avesse scritta lui.
A canzone finita il suo sguardo non era più lontano, era tornato sulla terra a godersi l’applauso, è sceso dal palco e se n'è andato, dinoccolato, al fianco della sua mamma-nonna.

martedì 15 settembre 2015

Metodi montessoriani all'Esselunga

- Il 52 sono io. Mi fa per favore un etto e mezzo di crudo toscano.
- Le tolgo il grasso, signora?
- No no no no: con il grasso, altrimenti me lo schifano.
- Non si dice quella parola signora.
- Quale parola: grasso?
- No: schifano. Io, se avessi dei figli e mi dicessero che non mangiano una cosa senza averla assaggiata, al muro li attacco.
- Ma le mie lo mangiano, solo che senza grasso lo schifano, è secco e troppo salato. M'hanno detto mamma, se compri il toscano compralo con il grasso e io questo faccio, mi sembra ragionevole.
- Io, se i miei figli mi dicessero cosa devo comprare da mangiare, al muro li attacco. E tu?
- Io pure, ci dovrebbero solo provare. A letto senza cena li manderei.
Guardo i due addetti alla salumeria dell'Esselunga affettare risolutamente il cotto Ferrarini in offerta e la mortadella, discutendo di pedagogia montessoriana, unanimi sull'assoluta necessità della mano ferma in questioni alimentari infantili.
Mi pare ci sia anche un velo di sessismo, un giudizio latente riassumibile nel concetto "voi donne la date sempre vinta ai bambini".
Mentre mi porge i miei prosciutti affettati, tento una battuta, alla ricerca del compromesso:
- Eh, mio nonno diceva "quanti n'ho visti di 'sti cavalli corridori". Nel senso che anch'io dicevo così, prima di fare figli, ma ora che li ho preferisco dir loro qualche sì, così, per il gusto di pensare di avere potere decisionale.
- Polso fermo e decisionismo fascista. Non ci sono altre soluzioni.
- D'accordo. Però se continuate a togliere il grasso al prosciutto toscano, lo fate diventare secco diventa immangiabile, e io lo dico al direttore.
M'importa una sega, sarò pure una madre dal polso molle, ma detesto chi toglie il grasso dal prosciutto crudo.

lunedì 28 luglio 2014

Tre uomini il cui giudizio mi innervosisce più di quello paterno

Io sono una persona equilibrata, ma ci sono personano che minano le mie sicurezze.
1. il meccanico: ogni volta che porto la macchina a riparare mi viene il panico. Avrò messo l’olio giusto? e il filtro dell’aria, sarà pulito? cosa penserà di me sentendo le valvole sfarfallare? Immagino il mio meccanico con un sorriso cinico, mentre apre il cofano della mia auto, prendere appunti mentali per raccontare nel suo blog di quando gli ho chiesto se non poteva essere colpa dello spinterogeno bagnato. E instagrammare la condizione vergognosa dei miei pneumatici. L'hashtag? #maguardacomevaingiroquesto, naturalmente.
2. il barbiere: OMG, penso appena mi fa accomodare sulla poltrona e brandisce asciugamano e pennello con sguardo bonariamente accusatorio, ho dei peli del naso lunghissimi e ho dimenticato di mettermi la crema al sassofrasso; avrò la pelle tutta disidratata. Ma mi faccio coraggio, sono un uomo e affronto da uomo l’operazione “brufolo sottocutaneo” mal celando imbarazzo al momento della spuntatina dei peli nelle orecchie. Comunque non avrò pietà, se usa ancora la macchinetta per rasarmi i peli sul coppino lo giuro: è l’ultima volta che mi siedo su quella poltrona.
3. l’edicolante: tutte le mattine appena mi vede mi porge il Sole 24 Ore, probabilmente convinto dal mio look trasandato modalità barba-sfatta-on che io sia un giornalista del Fatto Quotidiano o dell’Unità. Non me la sento di deluderlo, così puntualmente lo acquisto, malgrado io l’abbia comprato solo quella domenica che mi serviva l’inserto sulla nuova regolamentazione dei condomini per licenziare l'amministratore. Dissimulo raccontando della mia necessità professionale di una personale rassegna stampa pluralista comprando La Padania, e finalmente posso chiedere anche le bustine Yu-ghi-ho, che è l’unica cosa che dovevo comprare in edicola, per mio figlio. Cosa volete, avevo promesso al piccolo la serie completa per la promozione in terza elementare. D’altronde si sa, i figli so’ piezz’e core.


Ecco, se leggessi un post così, scritto da un uomo, penserei che l'autore del post è un idiota. Mentre di post così, scritti da donne, ne è pieno il web e le bacheche. La parità fra i sessi inizia dove finisce la banalità delle donne.

mercoledì 23 luglio 2014

"Costa Concordia"


- Einzflunk nicht trackt und nektorstud!
Che io non capisca come facciano a capirsi è una riflessione idiota, lo so, eppure mi sembra sempre strano che i bambini riescano a parlare una lingua tanto difficile. Il fatto che la sentano parlare fin dalla nascita non diminuisce il mio stupore.
Comunque questi bambini sono seduti di fronte a me ed esprimono a voce bassa, com’è abitudine dei tedeschi, entusiasmo e curiosità, alzandosi per guardare il mare dal finestrino del treno, nei fotogrammi di paesaggio delle lunghe gallerie liguri.
Fra un trigramma gutturale e un altro percepisco chiaramente alcune parole, pronunciate in italiano, tipo “piazza principale”, “mare”, “Costa Concordia”.
"Costa Concordia" diventa subito l’argomento principale, credo che i due bambini stiano cercando di scorgerne la sagoma in mare. In fondo il padre ha appena detto “Genova”, subito dopo una frase tipo codice fiscale interrogativa, e il figlio ha detto “internet” indicando la tasca del padre, dove, ora mi accorgo, è custodito il telefono.
Ma no, il padre non consulta il telefono per spiegare come è avvenuto l’incidente e come riusciranno a trascinare la nave fino a Genova. Anche quando la madre non è d’accordo sulla dinamica dell’ “inchino”, la discussione rimane così, aperta, senza il conforto del dio Wikipedia.
Per 3 secondi appare il mare, di nuovo, e all’orizzonte una sagoma enorme.
- Einzflunk nicht trackt und nektorstud! “Costa Concordia” uhnzfreistachtmustdrenk!
O una cosa affatto simile.
Il minore è certo che quella sia la nave e saltella di gioia, contagiando il fratello. Solo ora che hanno alzato di zero punto tre decibel il volume, la madre li chiama per nome: Jacob e Patrick.
Jacob e Patrick sono incontenibili ma si contengono e continuano ad ascoltare le spiegazioni del padre, ponendo domande e formulando ipotesi.
La M.me Lapalisse che è in me riflette: fossero stati italiani, il loro nome sarebbe già volato enne volte per lo scompartimento; fossero stati italiani il padre non avrebbe tenuto il telefono in tasca, in una custodia di lana cotta; fossero stati italiani avrebbero avuto un ipad o un ipod in mano. E fossero stati italiani, avrebbero parlato di “Costa Concordia”?

giovedì 10 luglio 2014

Sull'onda del Seveso

Vado a recuperare la macchina in mezzo alla fanga eterogenea del Seveso, per portarla in salvo. Ci vado in sandali, perché sono appena scesa dal treno che dal mare riporta in città.
L'odore della fanga è inequivocabile, quel buon olezzo misto, di natura ignota. O meglio, di quella natura che fa brutto nominare.
Camminando mi rendo conto che avrei fatto meglio a passare da casa e cambiarmi le scarpe, maledizione, le dita dei piedi già sciacquettano nel marron scolorito. Rabbrividisco.
In fondo è andata bene - mi dico arrivando- la piazzetta dove è parcheggiata non mostra gravi danni. Mio cognato l'ha spostata in un luogo sicuro statico: santo subito.
Non voglio entrare in macchina con quei piedi marron, così mi fermo al drago verde dei giardinetti. Mi laverò i piedi, mariamaddelena di me stessa.
Con sforzo inaudito rimango in equilibrio, prima su un piede, poi sull'altro, mentre l'acqua scioglie la fanga che si era già seccata, ahimè. Mi guardo intorno, con pudore. 
Non è che io mi piaccia tanto, in quella posizione ebete, con un sandalo in mano, la borsa in bocca e il piede sotto quelle tre gocce ghiacce.
C'è un tizio con la maglia rossa, appena più in là, seduto sulla panchina.
M'osserva insistente.
Ha in mano qualcosa.
Oh. Se è uno smartphone e mi ritrovo su instagram lo denuncio.
Tizio Rosso non avrai il mio hashtag.
Mi lavo frettolosa, sciacquo il sandalo, evito di spalmarmi d'olio e d'asciugarmi con i capelli. Rimetto il sandalo e m'allontano, tenendo d'occhio il Tizio Rosso e quella sacchetta sospetta che tiene in mano. Monto in macchina, metto in moto. Parte, grazie al cielo.
Un ultimo sguardo al Tizio. Ha aperto la sacchetta sospetta, ha estratto sapone e salvietta, e va lavandosi faccia e ascelle.
Ma porcaccia miseria, avessi avuto uno smartphone. 
L'avrei instagrammato.

venerdì 6 dicembre 2013

Storie in fili

- Allora non mi dai niente?
Lo dice come se davvero gli spettasse qualcosa visto che né “un euro per il caffè”, né “una sigaretta” e “neppure 20 cent”, e me lo dice con lo sguardo astioso di chi pensa ma figurati se non li hai, stracciona di merda. S'appizza una sigaretta e passa a quello dietro di me, stessa questua, stesso sguardo astioso. Me lo figuro davanti al recinto dei combattimenti a mani nude puntare sul suo campione anzi, ricevere le puntate di altri uguali a lui per sguardo e pretese.
- Non andare, raccontami cosa devi fare, come stai, dove lavori.
Lo dice prendendo a seguirmi e affiancandosi al mio passo; non gli compro il libro delle fiabe africane e neanche il giornale degli extracomunitari, allora vuole sapere se ho figli e cosa preparo loro da mangiare. Me lo figuro sulla branda di notte uscire dal portafoglio un paio di foto tessera e passarci le dita sopra.
- E toglitelo lo zaino!
Lo dice lei, con la sua messa in piega biondo Excellence o Casting o Préférence non saprei, l'espressione scocciata e la borsa a cartella di cuoio rigido giallo zafferano che un attimo prima mi aveva piantato nel costato. Quello dello zaino se lo toglie, lo zaino, e lo appoggia accanto al mio sedile abbassando gli occhi per la vergogna come un ragazzino anche se avrà almeno trent'anni, è difficile indovinare l'età degli asiatici. Me la figuro tornare a casa questa mamma stronza e dire la stessa cosa con lo stesso tono alla figlia, prima di prendere l'appuntamento per il ritocco della tintura.
- È proprio bella la sua fascia per capelli, signora.
Lo dice alzando la paletta per fermare il traffico e farmi attraversare la strada e attraversando le rispondo che l'ho fatta io e ci vogliono 20 minuti con i ferri n. 8. Me la figuro arrivare a casa e togliersi divisa e cappello, sciogliersi i capelli castani liberando quei bei boccoli ordinati e luminosi che vorrei avere anch'io, e infilarsi una fascia per capelli prima di cucinare qualcosa per cena.
Un po' sono stanca di seguire i fili delle microstorie che mi si proiettano ogni giorno davanti agli occhi, è una patologia.
Ma il mondo è un bel film, tutto sommato.

sabato 21 settembre 2013

Matteo e la settimana della moda



Matteo ha lo sguardo rassegnato mentre passa tra i tavoli con il vassoio in mano, penso per il fatto che a centodiciotto passi dal bar dove lavora hanno eretto il tendone in fashion pvc di un qualche evento della settimana della moda. Quindi ogni volta che attraversa il marciapiede per portare le ordinazioni deve fare una pausa per far passare una Britney Spears che si tiene sul braccio lo strascico in poliestere per non sporcarlo, una Morticia Addams che carambola sul tacco 12 o un Fra’ Cionfoli in tenuta da marinaio coreano con i pantaloni acqua-in-casa.
Matteo lavora in  uno di quei bar di Corso Sempione dove se ordini “una Becks e un po’ di patatine”, dall’aggeggio che tiene alla cintura tipo ausiliario del traffico esce un biglietto che devi portare alla cassa quando vai a pagare, dove c’è scritto “una Becks e un po’ di patatine” e mi viene da chiedermi in che modo quantificheranno il “un po’” alla cassa.
Matteo si trova con il tendone in fashion pvc a centodiciotto passi, Morticia che carambola sul lastrico davanti al bar e un aggeggio alla cintura che stampa scritte tipo “un po’ di patatine”. Per forza ha lo sguardo rassegnato, mi viene da pensare, ma forse no. Magari è proprio la sua fisionomia.
In effetti quando arrivo al banco e faccio il mio ordine Matteo il rassegnato si illumina: “Davvero lo vuole corretto? è così raro qui servire un caffè corretto” e mi sembra un entusiasmo eccessivo e mal riposto, vista la ragione. Ma penso che non sia comunque entusiasmo da buttare via, giacché è riuscito a smuoverlo dalla sua rassegnazione.
Nell’entusiasmo mi prepara il caffè e mi fa scegliere il rum per la correzione, e parliamo delle nostre origini e di dove siamo e di dove finiremo, come in una sitcom che si rispetti.
“E poi oggi è caldo” dico, ché c’è afa e si suda, maledetta mezza stagione, e mentre finisco la frase entra una signora che indossa un piumino nero a tre quarti stretto in vita, e un cappello di lana a forma di cresta di gallo che le copre pure le orecchie. Chiede dov’è la toilette.
Matteo torna a farsi rassegnato, e la battuta sulla grolla dell’amicizia me la tengo per me, ché non voglio mica infierire.

venerdì 14 giugno 2013

Delle cicale.


Intanto la cicala di mare bisogna saperla pulire.
Questo l’ho scoperto all’inizio dell’estate dei quasi 17 anni quando i ragazzi del paese invitarono proprio me ad una cena alla bilancia sul lago, non le mie sorelle e “però portate anche lei” di mamma.
Per la cena comprai una tonnellata di cicale, feci il soffritto di aglio e prezzemolo sfumandolo con il vino bianco e quando l’aglio si fu ammorbidito buttai le cicale così, intere, come me le aveva vendute il pescatore al molo quel pomeriggio. Scolai la pasta al dente e feci saltare tutto in una teglia da forno, perché padelle grandi non ne avevo. Feci in tempo a coprire la teglia con la carta d’alluminio proprio poco prima che mi chiamassero dal cancello di legno in fondo al giardino.
Con la teglia e il suo profumo di pasta alle cicale arrivammo fino al lago, montammo sui barchini, navigammo lungo uno dei canali del padule addentrandoci nel canneto, tra le carpe che saltavano fuori dall’acqua nera e l’odore di lago, in una notte chiara di luna piena in quell’inizio estate di quasi 17 anni.
Attraccammo i barchini al piccolo pontile della bilancia e ci sistemammo sotto la tettoia della capanna, accendemmo le lampade a gas da campeggio e preparammo la tavola e bevemmo il vino bianco dal fiasco e mangiammo bruschetta con l’olio dell’oliveto, poi portai la mia pasta in tavola ed era da sballo, e capii alla prima forchettata che le cicale di mare pungono e ti si aggrappano alla carne e ti tagliano le guance e le labbra, se non le sai pulire.
Loro, i ragazzi del paese, mangiarono la pasta e fecero anche i complimenti ché a quell’età non ti importa se ti stai massacrando le guance, quando il vino scorre e sei di fronte ad un lago nero e una luna immensa.
Così ho imparato che le cicale sono buonissime ma bisogna saperle pulire.
Bisogna staccar loro le zampette piccine, che stanno vicino alla testa, ringraziandole mentre si agitano e ti scappano dalle mani, togliere le zampe posteriori accanto alla coda, che sono pelose e hanno i pungiglioni affilati, tagliare le punte a uncino che si trovano sulle scaglie laterali. Vanno aperte con le forbici lungo il dorso e ora che hanno finito di agitarsi vanno tagliate in due o tre parti: testa, tronco, coda. Solo così le puoi cuocere e mangiare.
Le cicale di mare non le puoi mangiare con la forchetta, come potresti fare con i gamberoni o gli scampi o con l’astice. Per mangiare le cicale devi sporcarti le mani, aprirle tra le dita e infilarci la lingua e succhiarne la carne dal tronco o dalla testa. Se sei fortunata trovi una sorpresa, il corallo, che ha un sapore senza pari. Devi però fare attenzione, perché qualche punta affilata ci scappa sempre, la coda la devi stringere fra i denti e morderla e succhiarla senza avvicinare troppo le labbra.
Sarà difficile dire quale delle tre parti è la più buona, la testa con il suo gusto acre, il corpo con la sua carne tenera, la coda con il sugo da raggiungere.
Le cicale di mare sono favolose, sono primitive e selvatiche, sanno di mare, ti lasciano il profumo delle onde sulle dita e i ricordi dell’inizio dell’estate addosso.

Ecco.
Questo racconto è stato spedito a Radio 24, selezionato, editato da Stefano D'Andrea e letto da Matteo Caccia durante la trasmissione "Voi siete qui" il 14 giugno 2013 e lo potete ascoltare qui

giovedì 13 giugno 2013

Storia di X



Laureato, lavora in una multinazionale, ha anche raggiunto una certa posizione. Conosce la donna della sua vita, s’innamorano e si sposano. Lei è ereditiera, papà produce confetti ed è noto in tutto il nord Italia; lui lascia la multinazionale e la certa posizione, passa a fare confetti.
Papà vuole vedere di che pasta è fatto, lo mette alla produzione. Lui sta lì con gli altri, vestito da pasticcere, e controlla se le mandorle siano ben sbucciate e ben glassate, al limite si concede qualche escursione nel cioccolato.
Confetti per comunioni, lauree, matrimoni. Ogni giorno immerso nel loro profumo; un giorno esce dalla fabbrica con il suo profumo di mandorle e glassa addosso e a casa trova lei con un altro uomo e un altro profumo, parecchio amaro.
Scompare; i genitori lo cercano a casa, gli amici chiamano gli amici. Macché, niente, lui è vaporizzato; ospedali, polizia, volantini sparsi nel quartiere e annunci sul giornale.
Dopo settimane lo rintracciano in Francia. Ha parcheggiato la sua macchina di fronte all’oceano e se ne sta lì a  vivere di niente. Lo vanno a prendere e lo riportano in città, si rifiuta di tornare dai suoi; alcuni amici lo ospitano.
Una volta tornato non parla per mesi, proprio non apre bocca. Poi all’improvviso ricomincia a parlare e racconta delle mandorle dolci, del profumo amaro, del viaggio, del parcheggio sull’oceano, della vita di niente e delle notti in macchina. I suoi genitori lo aiutano e ora fa l’edicolante.
Non riuscirò più a guardare un edicolante senza chiedermi quale storia l’ha portato dentro un’edicola.

mercoledì 29 maggio 2013

Ouvrir une porte. L'Auditorium di Pigna



Se la vocina suggerisce aprire tutte le porte, sempre, io lo faccio, ché dietro ogni porta c’è una sorpresa. Quindi apro il portone in legno che ho davanti ed entro.
Aspetto che gli occhi si abituino alla diversa intensità della luce, mi porto verso il parapetto che ora finalmente intravedo a lato del foyer e mi affaccio. Un pavimento in legno nero, una gradinata con i sedili richiusi, pareti forate come le murature medioevali, nove sedie disposte a emiciclo e nove musici seduti, sotto il cono di luce degli spot.
Nove musici, niente abito di scena ma leggii, partiture e strumenti. Ogni musico assomiglia al proprio strumento; il flauto porta le ballerine, è esile e parla sottovoce; oboe e clarini sono indisciplinati e ridono spesso, fagotto e controfagotto parlano poco e sempre a proposito. Poi ci sono i corni; mi domando cosa spinge una persona ad imparare a suonare il corno.
Il primo corno dirige, osserva i compagni, solfeggia sulla partitura indicando gli accenti, il secondo annuisce e puntualizza. Poi il primo corno dà il via, con un movimento deciso della testa.
Iniziano a suonare e la sala si accende di una musica limpida, e quando la musica è limpida si può vedere, si possono seguire le onde disegnare l’aria, rincorrersi e saltellare fino a scomparire. Rapita le seguo, le onde, le guardo accarezzare le mura nude, rimbalzare sulla cupola in mattoni e scorrere lungo l’assito sopra la gradinata.
L’ultima onda si dissolve, le labbra si staccano dagli strumenti; il primo corno svuota il suo ottone dalla saliva, corregge gli oboe e sprona il flauto, il fagotto produce una nota bassa e il clarinetto pulisce l’ancia.
Riprendono; il flauto è timido ma dovrebbe essere sfrontato. Prova e riprova l’attacco, chiede scusa e prova ancora. Pazienti gli altri aspettano; quando il flauto dà il via proprio come il primo corno vorrebbe, gli ottoni e i legni entrano in successione e la musica può danzare.
Finito. Il flauto si alza, inciampa, volano gli spartiti, li raccoglie, saluta i compagni.
Finito. Esco, il portone di legno mi riporta sulla terra.
Devo googolare per capire a pieno. Le pareti in terra cruda, la volta in mattoni, l’assito al soffitto e i fori, tutto è studiato per la perfezione acustica. Un gioiello di architettura contemporanea incastonato a 224 metri di altitudine in un paese di 102 anime, in Balagna. Un comune morente che investe in cultura, trasformando la sua agonia in eccezione; oggi vengono da tutta Europa per registrare in questa sala.
Architettura che diventa musica, ed è bastato aprire una porta.

domenica 5 maggio 2013

Doppia informazione


L’omicidio di Castagneto mi ha colpito per la quantità di livelli di lettura possibili.
L’episodio si racconta in poche parole. Una ragazza di 19 anni finisce il turno serale in pizzeria e la mattina dopo la trovano in fondo a una piana, seminuda, morta. Viene fermato un uomo, un segalese, e rilasciato. Poi un secondo senegalese, il presunto omicida, grazie alla segnalazione di un connazionale.

In questa vicenda ci sono tutti i temi :
c’è una ragazza che si fidava
c’è un uomo violento
c’è una violenza oscena
c’è un senegalese pericoloso in Italia per mancato controllo
c’è un senegalese coraggioso in Italia con regolare permesso
c’è un paese di 9.000 abitanti stravolti dal dolore
c’è un paese di 9.000 abitanti di cui 1.000 immigrati perfettamente integrati
ci sono le forze dell’ordine determinate
ci sono giornalisti che seguono la notizia
ci sono i social network che la diffondono
ci sono i giornali che arrivano il giorno dopo.
Metto da parte la questione del crimine commesso, si commenta da sé.
Sottilineo l’aspetto che mi ha fatto pensare. Ho seguito la vicenda sul web attraverso twitter e facebook, e sul cartaceo con il Tirreno. Dal web ho avuto gli aggiornamenti in tempo reale in 140 caratteri e collegamenti con tutti gli argomenti affini. Nel web ho visto la professionalità e l'empatia di chi se ne è occupato, la pochezza dei poveri di spirito e la ricchezza delle anime salve.
Sul giornale ho avuto gli approfondimenti necessari e la calma per riflettere. Non so come andranno a finire i social network e i giornali di carta, ma per ora questa doppia presenza è l’essenza dell’informazione.