domenica 31 luglio 2011

Gazzosa e bruscolini, oggi domani e dopodomani.

 Ci passo davanti praticamente tutti i giorni, da quando inizia l’estate. Tutte le volte giro istintivamente la testa a sinistra, per guardare i poster, e tutte le volte in quell’istante mi ricordo che è chiuso da non so quanti anni.
Si chiamava Tirreno ed era il cinema di Torre del Lago. Era un cinema all’aperto, di quelli con i sedili di legno e seduta a ribalta. Da che ho memoria l’estate era anche il Tirreno. Tutti quei film che non avevamo visto in città potevamo vederli lì. E siccome apriva il primo di giugno e chiudeva il 15 di settembre, potevamo vederli anche più volte, perché la programmazione entrava in loop dopo quattro settimane.
I poster erano affissi su pannelli neri di legno, accanto all’ingresso del parcheggio. "OGGI, DOMANI, DOPODOMANI" ruotavano a turno sui tre pannelli. Accanto, più piccola, la strisciata con i film della settimana.
Altrimenti di arrabbiamo, Un computer con le scarpe da tennis, Papillon, Yuppi du, Kramer contro Kramer, Il campione, Laguna blu. Gli stivali bianchi a punta di John Travolta e la sua latta di vernice; Giuda che corre nel deserto, e la Lori che mi legge i sottotitoli tenendomi sulle ginocchia; la corsa di Rocky sulla scalinata, in tuta grigia e cappuccio calato sulla faccia; l’altra corsa, in bicicletta, di Warren Beatty incontro alla galleria e al paradiso.  Il dittatore dello stato libero di Bananas, Invito a cena con delitto, Assassinio sull’Orient Express. Hair. Fratello Sole e Sorella Luna. Odissea 2001. Arancia meccanica invece no, l’hanno dato solo al Blow up a Viareggio.
Prime, seconde e terze visioni, tutte nel calderone. Senza paura di sbagliare, senza guardare il botteghino.
Decidevamo chi portava chi in piedi sulla graziella e partivamo. Legavamo le bici sulle rastrelliere di ferro arrugginite, facevamo il biglietto e andavamo al bar. Gazzosa con le stringhe di liquerizia, semi di zucca salati e croccante di pinoli. Al bar si respirava il vero odore del cinema e si fremeva in attesa.
Lo spettacolo iniziava solo con l’arrivo della notte. Il biglietto costava pochissimo; potevi scegliere tra galleria, cioè le prime file, vicine ai bagni, piantate su un palco di legno, e platea, tutte le altre. Invero l’opzione era tra sedie marroni, di legno e sagomate diciamo confortevoli e sedili in listelli verniciati di verde, scomodi all’apparenza, una tortura con il procedere della proiezione. Però si poteva fumare.
Il Tirreno era l’idea stessa di cinema. La sala aveva il ghiaino in terra, un corridoio centrale, il cielo e il vento sopra le teste. Il grande schermo era l’unico elemento architettonico, montato su una struttura di ferro dall’aspetto traballante contro un’immensa parete di cipressi. Sul fondo le chiome a ombrello dei pini, davanti, nuvole di zanzare che danzavano nel fascio di luce. Tutt’intorno la siepe isolava del parcheggio ma non dal rumore, e la vita serale del paese entrava con le risate dei ragazzi in due sul Ciao che sfrecciavano verso la marina.
Ma quando iniziava il film, spariva il fuori e si entrava nella storia.
Alla fine dei titoli di testa il parcheggio era già pieno di persone che guardavano il film a scrocco, mettendosi in punta di piedi dove la siepe era più bassa. A metà del secondo tempo venivano aperti i portoni d’uscita e potevano entrare anche loro. Alla fine dello spettacolo, per i ritardatari si proiettava nuovamente il primo tempo, così si poteva vedere il film all’incontrario, però gratis.
Dopo ferragosto le giornate si accorciavano e lo spettacolo iniziava prima, l’aria rinfrescava e serviva la felpa. Se scoppiava il temporale si scappava dietro, in galleria, che era sotto la tettoia di onduline, mentre un telo di plastica scorreva per riparare le prime file della platea. Se la pioggia scrosciava, il suo battere forte copriva il sonoro. L’odore di pineta bagnata era già odore di settembre.
Alla biglietteria stava la signora con gli occhiali spessi; dietro al vetro prendeva i soldi e dava i biglietti verdi o rosa, di carta sottile con il timbro della SIAE. Davanti alle tende pesanti dell’ingresso stava il signore, basso e paffuto, che strappava il talloncino.
Una volta mia madre, non trovandomi da nessuna parte, spedì mia sorella a cercarmi. Lei arrivò fino al botteghino, chiese alla signora se avesse visto una bambina così e così e lei “se è una identica a te è dentro”, e il signore le fece strada con la torcia per cercarmi.
L’ultima volta che ho comprato il biglietto è stato per vedere Matrix. Ci sono andata da sola, in bicicletta, dopo anni che non ci andavo più. Mi sono arrotolata due joint da tenere nel pacchetto, uno per tempo, perché ancora si poteva fumare, e per godermi il film. Quando sono uscita ero sicuramente la reincarnazione di Trinity e fluttuavo nella matrice con la lingua lessata dal sale dei bruscolini. E non aveva neanche il surround.
Mi si racconta come sia morto il proprietario, come ai figli non interessasse l’articolo, come il bar abbia cambiato gestione quattro o cinque volte e il cinema abbia spento le luci e staccato la spina.
Però i pannelli di legno sono sempre lì, accanto all’ingresso del parcheggio.
Finchè ci sono i pannelli, c’è speranza.

lunedì 11 luglio 2011

Mimmo

Non ricordo esattamente da quanto tempo Mimmo viene a mangiare al Tremotino, ma è già un bel po’.
Mimmo è un artigiano, lavora il legno. Viene a pranzo, beve una coppetta di spumantino per aperitivo, si siede al tavolo e consuma il suo pranzo di lavoro, primo secondo con contorno ¼ di vino bianco e caffè.
Si alza e prende un’altra coppetta al banco. Facciamo due chiacchiere e se ne torna al lavoro, di solito finendo la frase sulla porta.
Il vino bianco non lo potrebbe bere, dice, e neanche quello rosso. Ma il bianco almeno è più leggero. Ci vuole una fettina di arancio, perché gli svolta il sapore e gli piace di più.
Mimmo è educato, ti racconta le sue cose e si interessa delle tue. Ha la battuta leggera e simpatica, spesso condita di un vago sarcasmo.
Un giorno mi dice: domani non vengo che devo andare in ospedale.
Oh, dico, devi operarti?
No, dice, ci devo andare per fare degli esami.
Ah, dico, allora niente di che.
Eh, dice, vedi questo buco che ho sulla fronte?
Sì, dico, cos’è?
Qualche anno fa sono stato operato in testa, mi hanno trapanato il cranio per un aneurisma.
Az, dico
E mi hanno dovuto fare una trasfusione, dice, e ti ricordi di quella storia che non controllavano il sangue? Ecco, io ho preso l’epatite. E ora ho la cirrosi, e ogni tanto mi tolgono un pezzo di fegato e il resto me lo impacchettano in modo che possa funzionare. Sono in lista d’attesa per il trapianto. Ma mica lo so se arrivano in tempo. Non dovrei bere, ma diobe’, sono praticamente un morto vivente, almeno mezzo litro di vino al giorno me lo concedo.
Così ogni tanto non si palesa e va a fare gli esami.
Quando è sparito per tre settimane, è tornato con un pezzo di fegato in meno. E sul tavolo ha voluto  ¼ di litro in più.
Ci ha fatto pubblicità, ha portato qualcuno a pranzo per farci conoscere. Una ragazza che viene sempre con il nonno. Ha aiutato la nostra cuoca a sistemare la cucina dopo il trasloco.
E’ stata lei a ricevere la telefonata di Mimmo dall’ospedale.
“Eufrasia, hanno trovato un donatore. Mi hanno fatto il trapianto. Appena esco vi vengo a trovare”
Oggi Mimmo è venuto a pranzo. Non può pasticciare troppo a tavola, meglio non esagerare con il maiale e con i condimenti. Ha una bella faccia sorridente.
E portami dell’acqua frizzante, per favore.
Ora ha molto più senso bere acqua frizzante. Ha un fegato nuovo. Non vuole mica giocarselo.
Bisogna aver riguardo di un regalo così.

mercoledì 15 giugno 2011

Vendo anch'io

Racconto
Credo che quasi tutte abbiano avuto un fidanzato storico, cioè uno con cui sei stata un sacco di tempo e che ora non ci stai più. Questo fidanzato, quando non era ancora storico, mi ha regalato la macchina fotografica, la sera prima della mia partenza per l’Erasmus.
Ho vissuto nove mesi a Oporto, avevo 24 anni e studiavo architettura.
Con questa macchina ho fotografato le nuvole nel cielo e la mia ombra sul muro bianco. Poi ho cominciato a fotografare dalla finestra quello che succedeva sotto la mia casa portoghese. Una rissa tra donne, i tavolini pieni di studenti a bere birra la sera, le baracche del mercato, le cantine del Porto, la regata delle barche storiche, e quelle a vela degli inglesi che risalivano il Douro. Mi sono persa il suicida dal ponte don Luiz, però ho fotografato i palloni di san Joao. La manifestazione per la pace durante la prima guerra del golfo, un festival di saltimbanchi, e pure i fuochi d’artificio. Succedevano un sacco di cose nella piazza della Riberia.
Sono tornata a Milano, con la mia macchina fotografica regalata dal mio fidanzato, e ci siamo lasciati. Ma poi ci siamo rimessi insieme ed è diventato storico.
Quando dopo nove anni ci siamo lasciati davvero ho ricominciato a fotografare.
Facevo l’architetto, avevo 33 anni. Andavo alla montagnetta a correre e Milano era bellissima. Andavo in bicicletta, e mi sembravano belli persino i muri dello scalo Farini, quell’inutile torre piastrellata, il ponte di via Quadrio, i lavori del passante sotto casa.
Fotografavo i lavori notturni alla ferrovia, la gente sul tram, i miei amici della grotta, e tanti ritratti, tutti miei. Quello tipico, il fotografo che si fotografa, o quello fatto allungando il braccio e calcolando la messa a fuoco.


Poi ho conosciuto mio marito, sulla spiaggia di Viareggio, lui era bellissimo, ma per davvero. Aveva una macchina fotografica automatica, e usavamo la sua.
La mia macchina fotografica è finita nel cassetto della ribaltina. C’è stata poco, perché è nata la nostra prima bimba, e allora a rotta di collo, foto a manetta, centinaia di scatti. Quando è nata la seconda figlia ci eravamo attrezzati con una macchina digitale.
Lei, la vecchia, non ha retto il colpo, è tornata nel cassetto della ribaltina.
Quando la prendo in mano mi piacciono il suo peso e la sua materia, mi piace il rumore dell’otturatore allo scatto, mi piace la posizione che assumo quando guardo nel mirino e il modo in cui si fa tenere in mano.
Mi piace così tanto che mi sa che non la vendo. Non è che ci sia affezionata in modo particolare, però so che lei mi guardava ogni volta che evolvevo, mentre io guardavo attraverso lei.
E però magari, vendendola, posso attirare su di me una nuova evoluzione. Magari è magica.
Allora farò così, io la vendo, ma voi non fatevela scappare.

Desidero
Non lo desidero da sempre, anzi questo desiderio si è materializzato stamattina sotto la doccia. Allora mi sono convinta a partecipare.
Il TEDESCO: voglio imparare il tedesco. Prima pensavo che fosse una lingua orrenda, ma ero giovane e non capivo niente.
Quest’inverno ci siamo trovati, mio marito ed io, a dovere cercare lavoro, perché la crisi è globale. Ci siamo informati per andare a fare la stagione in Trentino.
Ma in Trentino si trova lavoro solo se sai il tedesco.
A noi piace il Trentino. Gli architetti conoscono il loro mestiere, le imprese edili anche. Costruiscono le case con il legno e senza impianto di riscaldamento, perché usano i sistemi passivi.
Alla gente piace bere e mangiare, il vino è buono e siamo molto vicini ai luoghi del Prosecco.
Ci sono i lupi, le marmotte e le aquile.
Io vorrei che le mie bimbe vivessero in un posto dove se alzi gli occhi puoi vedere le aquile volare. E ci vorrei vivere anch’io, e pure mio marito.
Così se voglio andare a vivere in Trentino, devo imparare il tedesco.

un estratto da questo racconto è stato letto da Matteo Caccia nella trasmissione "Vendo tutto" del 4 giugno 2010, lo potete ascoltare qui

domenica 26 settembre 2010

Costumi civili

Fummo unanimi nella scelta della frontiera francese per il nostro rientro in madrepatria, come pure lo fummo nella decisione di giungervi nell’oscurità.
Ci arrivammo ben oltre la mezzanotte. Noi dame assopite, il cavaliere conducendo il mezzo.
L'improvviso lampo della torcia all'interno della vettura ci svegliò. Una voce calma e ferma interrogò il conducente su città di provenienza e d'origine. A nulla valse l'aspetto compìto del nostro portavoce, assai somigliante al dott. Macy.
La sommessa risposta “Amsterdam. Milano” apparve come una immediata confessione di misfatto.
Così fummo cortesemente invitati a uscire dalla vettura, essendo in animo alle guardie di verificare il contenuto dei nostri bagagli e dell'abitacolo.

Avevo affinato, nei lunghi anni di dedizione al vizio, l'arte di confezionare minuscoli pacchettini regalo utilizzando la carta argentata e il cellophane rimossi all'apertura del pacchetto di bionde. In questi graziosi pacchetti ero solita racchiudere piccole scaglie di lieve sostanza stupefacente, avanzi della sofisticazione di sigarette di monopolio, che poi dislocavo senza giudizio all'interno della vettura, ora sul cruscotto, ora nelle tasche, giacchè in periodi di carestia si erano dimostrate utili scorte.
Non essendovi alcun motivo per sospendere una così soddisfacente attività, ne avevo colposamente prodotti alcuni esemplari anche durante questo mio soggiorno nei Paesi Bassi.

Sortiti che fummo dalla macchina osservammo le guardie procedere alla perquisizione, non senza un velo di preoccupazione. Il cruscotto fu il punto in cui s’iniziò la ricerca, e tosto incontrarono sotto cumuli di cartacce uno dei miei graziosi pacchettini. Affatto sorpresi di fronte alle minuscole dimensioni, le guardie lo osservarono deliziati e lo aprirono.
"Con ogni probabilità tale sostanza è proibita nel vostro paese come nel nostro" fu il garbato intervento della guardia assisa, mentre la eretta ci scrutava attentamente.
"Siamo perciò costretti a chiedervi di consegnarci volontariamente il rimanente quantitativo di sostanza, onde evitare che passiate la frontiera e commettiate un reato internazionale".
La richiesta era doverosa, e noi affermammo all'unisono di essere sprovvisti di qualsivoglia sostanza illecita.

Alla nostra risposta le guardie ripresero l’ispezione ed estrassero un copricapo di lana dalla tasca della portiera del passeggero anteriore.
Al suo interno una pallina di stagnola, nella quale la giovane amica aveva riposto, a nostra insaputa, piccole quantità di ogni singolo tipo di verzura sperimentato durante il soggiorno, per farne dono al fidanzato che l’attendeva in Italia.
Il loro atteggiamento si fece severo e dichiararono che avrebbero richiesto ausilio all’unità cinofila, vista l’insincerità della nostra precedente affermazione.

Non eravamo dediti al commercio internazionale, essendo professionisti nel sublime mestiere dell’architettura, ma nei giorni di studio trascorsi nella capitale olandese avevamo deciso seppur timorosi di portare con noi una modica quantità.
Circa 30 grammi di eccellente Super skunk, custodita in una bustina trasparente.
Essendo il dott. Macy persona rispettabile nell’aspetto ma inquieto nell’animo, e la mia compagna una fanciulla poco più che maggiorenne, optai per farmi corriere della voluttuaria merce. Non ero mossa da alcuna intenzione eroica, perciò decisi che non lo avrei celato in alcun orifizio, bensì in posizione più consona, all’interno delle tasche dei pantaloni, lasciandomi la possibilità di estrarlo e buttarlo all’abbisogna.
Alla luce abbagliante dei riflettori e con la mano stretta come una morsa attorno al preoccupante fardello, sentii distintamente l’afrore mieloso del suo fragrante contenuto solleticarmi le nari. E distinsi in lontananza un elegante esemplare di boxer al guinzaglio dell'istruttore.
Mi trovai nella piena impossibilità di qualsiasi azione, così mantenni la mano in tasca e l’espressione fissa, convertendomi in statua di sale.
Il cane giunse nei nostri pressi e ci annusò con perizia, sotto la supervisione austera delle forze dell’ordine. Amichevole scondinzolò, per quanto gli fosse possibile data la coda assai ridotta, quindi si volse al padrone che lo riportò verso l’ufficio non prima di un cenno del superiore.
Nessuna penosa conseguenza per il nostro illecito quanto incauto agire, ad esclusione di un fermo rimprovero, com’era ovvio in tal circostanza. Pentiti e vergognosi rientrammo nella vettura e ci rimettemmo in viaggio, abbandonando l'ansia e la terra di Francia.

Civile è il paese in cui è permesso ai cani di compagnia di rimanere accanto al proprio padrone, financo sul posto di lavoro.

giovedì 23 settembre 2010

Il patino, la nonna e le mutande

Ce ne stavamo lì seduti sul patino a guardare il mare e ci passavamo la sigaretta.
Lui era magro rifinito e le sue dita erano lunghe e scuotevano la cenere in continuazione; portava grandi anelli e bracciali d’argento e le unghie curate.
Guardavamo il mare e ce ne stavamo lì zitti. Ma io non reggevo mica e ogni tanto gli domandavo come aveva fatto allora. E lui mi raccontava che aveva dovuto corrompere uno sbirro per uscire e poi per tornare in Italia era stato un delirio, che aveva finito i soldi. E poi? Ho contrabbandato pietre preziose. Davvero? Eh sì.
E’ bello il mare a fine agosto, è bello il tramonto. Poi era bello stare lì con Bruno. Perché in fondo non mi aveva mai filato tanto Bruno. Anzi, tanto tempo fa mi faceva l’orso, bruno, per l’appunto.
 Io ero una ragazzina di forse 12 anni e lui era più grande della mia sorella maggiore. La sera se ne stavano lui, lei, l’altra sorella e tutta la compagnia del mare a chiacchierare sul dondolo il giardino. Io arrivavo e mi mettevo lì per sentire le loro battute, che mi facevano ridere. Ero piccola e iperattiva, così Bruno si alzava e cominciava a camminare avanti e indietro, con le braccia piegate in avanti e le mani ciondoloni. Appena provavo a toccarlo per farlo smettere lui si ripiegava la schiena all’indietro, guardava in su, faceva un verso cupo e ruotava di centottanta gradi, ricominciando a camminare nell’altro verso, come l’orso del tiro a segno del luna park. Io mi incazzavo tantissimo.

Bruno aveva capelli corvini, occhi color del cielo e un grande naso elegante. Era bello, intelligente e arguto. Era di Torino e parlava veramente torinese. Sua madre era stupenda e cucinava malissimo. Lo invitavamo per solidarietà a mangiare e lui si esibiva in esilaranti descrizioni del rapporto di sua madre con la cucina. Era di casa a casa nostra al mare.
D’inverno a Torino faceva canottaggio, ma sul serio. Alla fine era entrato nella nazionale. Poi un giorno successe una storia strana, lo esclusero dalle olimpiadi, spaccò un remo dalla rabbia davanti alle telecamere e se ne partì. India, Thailandia e chissà dove ancora, era stato via un sacco di tempo.
Era quella l’estate dello sgombero del Leoncavallo di via Leoncavallo e dell’eclissi totale di luna. Io tornavo da una vacanza intensa in Sardegna vissuta su un vespone 150 px, tenda, 15 giorni senza vedere un campeggio. Ero ammutolita dalla normalità del rientro, e per di più ero lì con mia nonna.

Ora davanti a quel tramonto eravamo lui e io, soli, scossi e assorti nelle rispettive nostalgie, seduti sul patino a dividersi una sigaretta, con gli sguardi lontani, la pelle salata e i pantaloni thai. Io li avevo comprati da un marocchino sulla spiaggia due giorni prima, ma vale lo stesso. Mi sa che lui avrebbe preferito una delle mie sorelle, ma loro ormai facevano le vacanze con i fidanzati e a Torre del Lago non ci venivano più. Io nel frattempo mi beavo di quell’intimità che mi faceva sentire degna di speciali confidenze sottintese.
Quando era tornato in paese era venuto al nostro cancello. Io ero in cucina e aiutavo la nonna, che apparecchiava in giardino. Ho capito che era agitata da come saliva le scale.
"C’è uno zingaro al cancello, dice che è amico vostro. Io gli ho detto che qui non c’è nessuno".
"Ma come non c’è nessuno?"
Era la metà di come lo ricordavo ma era proprio lui.
"Nonna lo conosco, è Bruno".
"E cosa vuole?"
"L’ho invitato a pranzo, che è l’ora giusta".
"Allora digli di mettersi le mutande, che a me quell’affare che balla sotto i pantaloni mi fa effetto".

Alle nonne non interessano le situazioni intense, le scelte della vita e i viaggi alla ricerca di sé stesso. Interessa soprattutto che ci si mettano le mutande.

martedì 24 agosto 2010

Caprera, Neil Young e i piedi nudi

Non sono mai stata a Caprera, cioè alla Scuola Velica di Caprera, è' una cosa che avrei sempre voluto fare ma mai.
Però le mie sorelle ci sono state, l'estate della mia quarta ginnasio. Loro sono più grandi, non di molto, quel tanto che basta per aver potuto fare delle cose che io no. E viceversa.
Quell'anno convinsero mio padre con l'appoggio della mamma e si iscrissero al corso di vela. Vivevamo a Milano e frequentavamo tutte il Liceo Ginnasio Giuseppe Parini, e al Liceo Ginnasio Giuseppe Parini molti, ma non tutti, andavano al corso di vela. Alcuni sono anche diventati velisti.
Quell'estate comprarono le cerate, le scarpe da vela, prepararono lo zaino e partirono.
Alla stazione di Viareggio montarono sul treno che le avrebbe portate al traghetto.  Io le guardavo con i loro zaini e i jeans e le fruit of the loom bianche con quel piccolo logo colorato sulla spalla ed ero molto felice per loro che se ne sarebbero state due settimane in un posto meraviglioso, da sole.
Per tutto il tempo del corso guardavo il mare e pensavo a cosa sarebbe stato imparare ad andare in barca.
Le loro rare telefonate, scandite dal rumore dei gettoni che cadevano, ci raccontavano di vento e di sole, di scuola e scuffiate, di nodi marinari e di cieli stellati, di cene cucinate tutti insieme e consumate al chiaro di luna, perché alla Scuola Velica di Caprera non c'era luce elettrica da sprecare.
Quando tornarono le andai a prendere con mio cugino Mauro.
Con in miei 15 anni ancora da compiere mi sentivo grande, perché le mie sorelle erano state a Caprera e perché mio cugino era il più bello della spiaggia. Portava i jeans e gli stivali camperos e aveva una bellissima cintura di cuoio e tutte le mie amiche erano innamorate di lui. Mi faceva ridere perché era simpatico, aveva occhi furbi e un sorriso delicato.
Quando il treno arrivò scesero loro. Avevano i capelli schiariti dal sole e arricciati dal sale. La pelle abbronzata e le stelle che ancora brillavano nei loro occhi. Calzavano i sandali da indianina e i soliti jeans che si erano strappati per l'uso, le catenine di paillettes e i campanellini alla caviglia. Erano bellissime.
Erano lontane e quasi non parlavano, noi avevamo i biglietti per il concerto di Neil Young. Ci infilammo sulla Renault 5 di mio cugino, ci fermammo a prendere un pezzo di pizza in passeggiata e poi arrivammo allo stadio dei Pini.
Lo stadio era pieno, ma non pieno come sono oggi gli stadi ai concerti. Era pieno ma ci si poteva muovere, e cercammo un buon posto sul pratone. Attorno a noi i ragazzi si riunivano in gruppetti, ogni gruppo aveva chi rollava o preparava un impasto. In breve l'aria assunse il sapore dolciastro della maria e gli occhi cominciarono a bruciare per il fumo denso che restava appiccicato al prato.
Io ero stordita da tutta quella gente così libera, che aspettava pacifica che il concerto cominciasse. Qualcuno ogni tanto si girava e offriva un tiro.  Le mie sorelle tintinnavano ad ogni movimento, ridevano mostrando i loro denti bianchi e i loro occhi azzurri. Era settembre, e al tramonto Neil Young cominciò a suonare.
Era il mio secondo concerto. Il primo, a giugno di quell'estate, sempre allo stadio dei pini, era stato Pino Daniele nel tour di Vai mo', con Toni Esposito, Joe Amoruso, Rino Zurzulo, James Senese e Tullio de Piscopo. Non so perché, ma la formazione della band di Pino mi è rimasta nella memoria e ancora oggi ogni tanto la recito come un mantra.
Invece del concerto di Neil Young ricordo poco, ma mi piacque tantissimo.
Il giorno dopo fu il momento dei racconti della scuola di vela. Avevano fatto le lezioni teoriche e quelle pratiche, avevano iniziato con delle barchette e poi erano  passate a quelle più grandi. Avevano lavorato un sacco  e dovevano dormire il pomeriggio perchè al mattino ci si svegliava presto ed erano stravolte.
La sera gli istruttori mostravano loro il cielo e raccontavano di quella stellina luminosa e tutta sola che aspettava di trovare una stella che le facesse compagnia, ma a me non era dato di sapere se l'avesse trovata.
Mia sorella Susanna era diventata molto selvatica, non portava le scarpe perché diceva che oramai non c'era più abituata. Fumava le camel, che avevano un bel pacchetto e una scritta sul retro con un messaggio nascosto, e le spegneva gettandole a terra e schiacciandole con il piede nudo.
Guardavo ammirata le sue piante dei piedi e cercavo di camminare anch'io a piedi nudi; il ghiaino del parcheggio del bagno Lagomare alla marina di Torre del Lago era dolorosissimo ma ci provavo lo stesso.
Poi ci rimettemmo tutte le scarpe e tornammo a Milano, avevo latino a settembre e gli esami di riparazione da fare, aspettando di compiere 16 anni per potermi iscrivere alla Scuola di Vela di Caprera.