mercoledì 20 giugno 2012

sarah connor

Nel '94 m'era presa così, avevo iniziato a fare body building e mi ero rasata i capelli tipo Sinéad O'Connor, perchè il mio ideale estetico di donna era Sarah Connor in Terminator II però con la vocetta meravigliosa di Nothing compares.
Mia sorella Suso s'era comprata una moto usata Honda 750 nera clamorosa, che aveva fatto rimettere a posto e cromare, perchè era il sogno della sua adolescenza e ora se lo poteva permettere.
Taglio nuovo, sella nuova, bauletti, tenda e sacco a pelo, verso l'île de Beauté per due settimane da sorelle.
Traghetto, giro del dito, costa, curve, tante tante curve e altrettanto mare.
Nella sosta al campeggio sulla Restonica, abbiamo conosciuto la "vendetta corsa" che di solito viene attuata per mezzo delle affilatissime lame corse nei confronti di persone che si macchiano di comportamenti poco civili, e ci siamo fiammate la sella nuova (MAI entrare in un campeggio corso alle 11 di sera con il motore acceso della moto).
Nella sosta al campeggio di Pinarello, invece, abbiamo conosciuto la tolleranza corsa. Vedendoci scendere dalla moto, con sorrisi e sguardi di intesa tra noi, che siamo sorelle e ci vogliamo bene, quel bel figliolo che stava alla reception con la sua profonda voce corsa ci spiegò "il campeggio non ha piazzole, potete mettervi dove volete. Questa zona è vicina alla spiaggia e ci sono le famiglie, e i bambini giocano e fanno confusione; questa zone è vicina ai bagni e ci sono i ragazzi che la sera chiacchierano e sentono la musica e c'è sempre movimento. Questa zona dietro il boschetto è tranquilla, c'è molta ombra e potete stare tranquille, per la vostra vacanza di coppia"
Vacanza di coppia: l'intesa familiare era stata letta come intesa di coppia.
Poi in grande scioltezza quel bel figliolo era uscito dal banco, si era avvicinato alla moto e in un corso italianizzato "bel moto, oeh! anch'io ne ho una così. Buona vacanza"
Il giorno del nostro rientro a Milano, con la moto ancora carica, ce ne andiamo a far la spesa all'esselunga di via Fauché, che mia sorella abitava in zona e io ero ospite da lei.
Al primo corridoio ci passa davanti una coppia di pischelli, lui si volta, ci guarda e si ferma. Io guardo lei, guardo lui e chiedo permesso, che mi stava proprio davanti e impediva il passo, lui si sposta e quando gli sono accanto mi da uno spintone sbattendomi contro lo scaffale dell'insalata e sottolinea il gesto di gran classe: "a me le lesbiche mi fanno schifo".
Anche qui l'intesa familiare era stata letta come intesa di coppia, ma con tutt'altra disposizione d'animo.
E' stata forse l'unica occasione in cui ho potuto sfruttare la mia preparazione atletica e (figata) sono diventata, per un minuto, Sarah Connor in Terminator II

sabato 16 giugno 2012

Milano #1


Milano è la stazione sfavillante di marmo bianco e il labirinto dei tapis roulant per trovare l’uscita, Milano è l’aria che mi punge il naso per le polveri sottili, Milano è una ragazza profumata che mi passa accanto e una barbona che mi ammorba subito dopo, Milano sono i tappi di birra incastrati nell’asfalto ammorbidito dal caldo dell’estate e i segni dei cavalletti di chissà quante moto cadute, Milano è un cingalese che “mangiamo pizza offro io a te” al suo amico eritreo, Milano è il puzzo di piscio di ogni anfratto della metropolitana, Milano è la cartina dei mezzi illeggibile e consumata dalle ditate, Milano è tre caucasici su venti persone nel vagone della M2, Milano è una coppia in piedi allacciata in un bacio con lui appoggiato al palo per non cadere durante la frenata, Milano è l’uscita dal Piccolo Teatro che si riversa contro di me controcorrente, Milano è la temperatura che cambia tra la stazione e il parco Sempione, Milano è un sms “sissi cara però non posso fare nottata che domani lavoro” di LaG che m’aspettava prima, Milano è la movida, un tavolino accogliente e una decapottabile d’epoca che parcheggia accanto alla sedia, Milano è torno a piedi non ti preoccupare perchè ho voglia di camminare, Milano è il ponte di via Quadrio che m’aspetta da dieci anni e che non vedevo l’ora di percorrere di nuovo, Milano è venti trenta locali che scavallo perchè non m’ispirano, Milano è “la birra piccola non è una bevuta, è un reato” e un chopito di vodka gimlet offerto dalla crew, Milano è un barista con gli occhi azzurri che mi fa il filo perchè è il suo mestiere, Milano è un trans nervoso che tira manate sulle macchine che si avvicinano e una coppia di volontarie che le chiedono perchè, Milano è una passeggiata compiuta a passo svelto e naso all’insù.
Milano è la città dove ho vissuto per trentacinque anni, dove oggi sono tornata per vedere com’è.

domenica 10 giugno 2012

Vivere, è passato tanto tempo

Al momento di fare i biglietti stanno facendo il sound check è già mi stanno simpatici.
Lo smilzo puntuto con i basettoni, il ragazzone  con i capelli raccolti e la fanciulla con i denti bianchi e lo sguardo rivolto in basso mentre intona il pezzo.
“Tanto quando finisce lo spettacolo delle otto e mezza li troviamo qui che suonano, non vi preoccupate” dico alle ragazze che comunque hanno proprio fretta di entrare al cinema.
Ieri è stato l’ultimo giorno di scuola, festeggiare è dovuto.

Gli occhi ancora bruciano per il maledetto 3D, però basta attraversare la strada per dimenticarsene. Qualche gruppo di varia gioventù e non più tale nei pressi della pedana, due botti da vino a far da tavolo, coperte di bicchieri e sgabelli high-tech sotto l’ombrellone che protegge dalla guazza marina.
Un sacco di cellulari accesi per condividere l’evento e una chitarra, un’armonica e una voce.

 “ma tu le conosci queste canzoni, mamma?”
“li conosco sì, hanno la mia età, questi pezzi” e fanno parte del doppio rosso dei Beatles, ma che glielo dico a fare.
I tre sono proprio bravini, e io non ho per niente voglia di tornare a casa. Ci uniamo ai gruppi, le ragazze ipnotizzate dai suoni allegri che volano dalle casse.

I tre musici passano con disinvoltura quasi sfacciata dal medley di Love me do e Can’t buy me love, a Life is life che è un pezzo che ho sempre odiato, ma la fanciulla che ora tiene lo sguardo dritto avanti a sé ha una voce che mi ricorda Patty Smith e anche un po’ Siouxie. Per cui va bene anche lifeislife, nana nananà, visto come la interpreta.
Non ho la macchina fotografica, ovviamente, e a poco sarebbe servita. Non potrei  usarla per fissare la sensazione di aria fresca sulla pelle e di allegria che m’arriva da questa stradina laterale di Viareggio. Ma ho il blocchetto degli appunti, e persino la penna, e decido di usarli. Osservo e fisso nella memoria, e ogni tanto scrivo, perchè stasera ho proprio voglia di raccontare.

Il ragazzo che esce dall’enoteca con la bevuta nel bicchiere di plastica come da normativa corrente ci ha messo del suo, e con la torcia puntata sul fondo del bicchiere ha trasformato un gin tonic in una bevanda da cartone di Tim Burton.
La ragazza che si avvicina alla botte porta un vassoio di sangria e stuzzichini, ha delle scarpe esagerate verde smeraldo tacco 12, il vestito a sottoveste in tinta e la testa che omaggia Amy Winehouse. Intorno a lei sono tutte scarpe di corda o zeppe con unghie tinte, ed io proprio stasera ho liberato i miei piedi dalle scarpe autunno-invernali e l’infradito da tedesca comincia a farmi friggere la base dell’alluce.
La voce del basettone viaggia su Generale, in compagnia dell’armonica, ed Emma è contrariata perché ha saltato una strofa.
Quel tipo che rassomiglia a Donald Sutherland in Mash mi guarda senza vedermi, e canta felice motocicletta, dieciaccapi senza sovrastare la voce della fanciulla, che ogni tanto trema per lo sforzo e la tensione. Anch’io avrei sempre voluto cantare questo pezzo davanti ad un microfono e ad un pubblico, fin da quando lo sentii al concerto dei Litfiba al Rolling di Milano. Un milione di anni fa, o forse due.

Le ragazze hanno sete e pure io.
M’affaccio dentro, il locale è piccino, ha le pareti bianche un sacco di scritte rosse sui muri. Ma mica me le posso copiare tutte, anche perchè l’omino alla cassa mi guarda con le pupille a punto interrogativo.
“la birra ce l’ho solo artigianale”
“allora un prosecco, e un bicchiere d’acqua”
La vita è troppo breve per bere vino scadente, mi si dice con la vernice rossa, ma questo prosecco non onora il motto esposto sull’architrave. Wish you where here mi chiama da fuori, io rispondo. Esco, e un po’ devo cantare perchè i Pink Floyd sono i Pink Floyd.
Il Pericolo Biondo mi tappa la bocca che la metto in imbarazzo e io torno buona buona ad ascoltare e memorizzare.
Comunque ho una signora voce, e che cazzo, e potrei starci io, lì su quella pedana di legno, a cantare canzoni più vecchie della mamma della fanciullina che comunque ha tutta la mia approvazione.
“ora un classico” ci dice sorridendo ( la claque applaude)  “e se non viene bene è colpa dello Stefanini”, che sarebbe il basettone smilzo e puntuto, e mi accorgo ora che ha una maglietta con due tartarughe che si accoppiano: slow poke, che non ho idea di che vuol dire, ma mi fa ridere.
Sul tema del Mago di oz lo Stefanini si sdà e con voce alla Louis Armstrong  ci canta quant’è meraviglioso questo mondo e la fanciulla ride e non riesce a cantare la sua strofa e anch’io e le ragazze ridiamo, e anche la claque.
Ora posso cantare, con il permesso del pericolo, perchè la fanciulla lo chiede. Ora sembra proprio Siouxie, intonando The Passenger, e ci dice forza cantate il ritornello.
Così Donald Sutherland, il ragazzo dal gin tonic fluorescente, Amy Winehouse, i giovani e non più tali e anche un po’ le ragazze cantano lalalala lalalala-à.
Guardo il Pericolo Biondo che ha sollevato la testa. Gabbiani in formazione stanno volando sopra di noi, direzione mare. Sono bianchi e lucenti come la luna.

Vivere, è passato tanto tempo

giovedì 17 maggio 2012

Alla velocità delle carrozze

Nelle fabbriche, nelle campagne e nei cantieri si muore per incidenti sul lavoro.
I lavoratori sono discriminati per sesso, religione, provenienza sociale e geografica.
I bambini delle classi più povere e degli immigrati sono sfruttati con il lavoro nero.
Alcune categorie di lavoratori godono di totale assenza di tutela.
Nessuna possibilità di programmazione del futuro.
La popolazione si concentra nelle aree urbane per sfruttare le economie di scala, dando luogo a forti fenomeni di migrazione interna con tutto quello che ne consegue.
La città si organizza nel pieno rispetto della politica del laisez-faire e la speculazione copre interi settori urbani con la lunga mano degli interesi economici leciti o meno, sfruttando vuoti normativi e ritardi di gestione.
Negli ospedali si muore per operazioni di routine.
Il diritto allo studio non è garantito.
Nessun rispetto per l'ambiente.
Gli interessi privati modellano le scelte pubbliche.
La propaganda si traveste da informazione.
L'architettura si fa di regime.
La cultura accademica si ferma a guardare. 

Che nelle città si viaggi alla velocità della carrozza non mi sembra l'unico paragone possibile con la fine del '700.

domenica 13 maggio 2012

Maggio

Le acacie sono alberi stupidi, sono piantacce. Sono infestanti, fanno un’ombra idiota, hanno pure le spine.
Probabilmente Stefano non aveva mai perdonato alla acacie di aver invaso la pista da cross sulla quale si cimentava almeno 15 anni prima, un paio di riporti di terra che le ruote delle bici avevano modellato fino a farlo diventare un percorso avventuroso, teatro delle sfide di coraggio con gli amici del Gallaratese all’uscita di scuola.

Le acacie crescono velocemente, si diffondono in un attimo invadendo il bosco, hanno un legno morbido che non puoi usare per fare mobili né travi o assi, ma puoi solo bruciare nel camino. Non mi ci mettere solo l’acacia, dammi anche un po’ di castagno o di ulivo, altrimenti non mi dura nulla questo carico, quando ordini la legna per l’inverno. Se hai una acaciaia ti rende poco, pure il valore catastale è scarso; non te lo pagano molto il taglio, perché brucia in fretta e sviluppa poco calore.

Ora i loro rami fioriti ronzano per le api attratte dall’odore intenso e dai grappoli pesanti, e le loro chiome si mostrano chiaramente da lontano, come bianche nuvole gonfie tra le mille sfumature di verde e argento delle farnie, dei pini e dei lecci. Ora il vento profuma di acacia e annusandolo non mi sembra affatto che siano alberi stupidi. Per lo meno non adesso, con questo sole e con questa arietta fina.

sabato 12 maggio 2012

Montevarchi

Le relazioni nascono quando meno te l’aspetti da simpatie impreviste, sguardi complici infinitesimi o semplici proiezioni mentali; anche quando pensi che sia una sensazione tutta tua e il più delle volte non lo è.
 
Con Annalisa è andata così. Ci osservavamo in attesa delle rispettive figlie, con il piedino che batteva per la fretta di correre a cucinare perchè è tardi e domani vi dovete svegliare presto che c’è la scuola, con la stessa rassegnata frenesia.
Quando si è trattato di organizzare le macchine per la gara in trasferta a Montevarchi ci siamo messe d’accordo senza esitazioni. Alle 6 e mezza alla pasticceria a Torre del Lago, non ti preoccupare, guido io, che mi piace guidare in autostrada; alle 6 e mezza per fare colazione, che io non mi ripiglio se non prendo il cappuccino, ed era perfetto anche per lei.
Sono arrivata addirittura in orario, tanta era la voglia di questo viaggio in macchina da amiche novelle.
E mentre le ragazze dietro si organizzavano e giocavano a nascondino immaginario -ora tocca a voi indovinare dove mi nasconderei in questa macchina se fossi piccola come un minimeo- io e Annalisa ci raccontavamo.
Musica, panni da lavare, aperitivi che ci piacerebbe ma che non prendiamo, lunedì portiamo le scarpe e si va a correre insieme, minchia non lo dire a me, che palle farle fare i compiti al sabato mattina.
Con gli occhi fissi sulla strada che scorreva e al contachilometri che mi ci manca giusto una multa per eccesso di velocità, con le orecchie alle chiacchiere e ai cd, con il sorriso rilassato per i minuti rubati alla normalità. Propositi di viaggio, che Collodi è qui a un passo e il parco di Pinocchio l’ha fatto Zanuso, o Baratti, che come sarà bella la spiaggia di Baratti con la pineta dietro e le docce pubbliche e quel baracchino che vorrei tanto prendere in gestione. E poi memorie di film.
“Perchè, pane e tulipani com’era? Quando lei esce dall’autogrill e non vede più la macchina”
Liberatorio, catartico, immaginare scenari improvvisamente differenti, catastrofi indolori che ti fanno svoltare l’angolo e ti portano in un mondo nuovo. La dimensione del viaggio in macchina è così, sei ferma nella tua navicella da cui osservi la terra, mentre il tempo e lo spazio si muovono in un modo altro. Parti da A per arrivare a B, nel mezzo una X fatta di attesa.
Alla fine siamo atterrate a Montevarchi; per arrivare al palazzetto dello sport si attraversa una zona di margine, con uffici e megastore, e arrivarci di domenica vuol dire non trovare nemmeno un bar per il caffè.
La gara è stata una maratona da incubo, mi veniva in mente solo un titolo ripescato dalla memoria: “non si uccidono così anche i cavalli?”; quando mi ha telefonato mia madre non ho neanche detto pronto, ma ho cominciato a cantare “senza fine, senza un attimo di respiro”, provocandole una crisi di ilarità irrefrenabile per la quale ha riso 4 minuti buoni prima di riuscire a dirmi: dunque non è ancora finita.
La merenda sulla riva del fiume ha confermato la totale inutilità di Montevarchi, neanche il fiume riesce ad essere un buon posto. Cartoni della pizza, lattine, cicche di canne e bottiglie di birra lasciati dai ragazzi la sera o portati dalla corrente, fango e rami secchi.
All’affannosa ricerca di un bagno e di un caffè ci siamo fermate nell’unico locale aperto, una sala di videopoker dove non avrei neanche fatto alzare la zampa a quell’idiota di Bravocane, figurarsi se facevo una sosta tattica prima dell’autostrada.
Il viaggio di ritorno è stato più silenzioso, le ragazze litigavano per la stanchezza e l’uggia, io e Annalisa già pensavamo alla cena da preparare, alla doccia da fare, al lunedì da affrontare.
Le ho lasciate all’angolo della pasticceria, con un saluto frettoloso e uno sguardo allo specchietto.

Ieri ci siamo riviste, era da un pochino che per un motivo o l’altro non ci si beccava fuori dalla palestra.
Ieri era venerdì e nessuna delle due aveva voglia di correre a casa, così abbiamo lasciato giocare le ragazze nel parco, e simulato l’aperitivo che non ci siamo ancora concesse, finchè un paio di telefonate non ci hanno ricondotte all’ordine.
Comunque avevamo entrambe messo le scarpe in macchina, dopo la trasferta a Montevarchi: lunedì si corre, o per lo meno si fanno due chiacchiere.

martedì 1 maggio 2012

Sull'architettura, un po'

L’architettura è tra le arti quella maggiormente rimaneggiata, o meglio quella che subisce il maggior numero di rivisitazioni nel corso della sua storia. Questo per la sua natura, quella cioè di non-arte. Una “fabbrica” deve stare in piedi, deve assolvere una funzione e deve dire qualcosa.
La fabbrica nel tempo va deteriorandosi e quindi è oggetto di manutenzione (deve stare in piedi), di ristrutturazione o restauro (deve assolvere una nuova funzione), di restiling (deve dire qualcosa).
E questo è nella normalità delle cose, si rifanno continuamente facciate degli edifici, si ristrutturano appartamenti o interi palazzi, si immettono nuovi impianti urbani.
Ciò che noi vediamo oggi dell’architettura storica è il frutto di questo processo continuo di rimaneggiamento della fabbrica. Il colore è il primo a partire ed è uno degli elementi dell’architettura che maggiormente subisce l’idea di “originale” comunemente condivisa: il bianco non è il colore dell’architettura rurale, questo me lo faccia rosa, che prima era un fienile (i famosi fienili rosa dell’architettura rurale toscana, perchè ovviamente se il fienile fosse in lombardia allora sarebbe necessariamente giallo)
Insieme alle finestre, cioè il “vuoto”, che non a caso rientrano nei cinque pilastri dell’architettura. Ma su questo argomento mi astengo.
Quindi ciò che vediamo oggi è l’interpretazione di quello che si considera “la forma originaria della fabbrica”, cioè clamorosi falsi.
Ad Oporto hanno mantenuto le facciate di tutta la cortina edilizia di rua Cima do Muro e sfondato gli interni, per ricostruire unità abitative in cemento più funzionali senza modificare l’aspetto esteriore e il rapporto con la città: un falso. Se ci capiti è fantastico; io che li ho vissuti prima che li distruggessero, li piango.
La piazza dell’orologio a Praga sembra la mazzetta dei colori pantone, e io di architettura ceca non ne so niente, ma mi sembra inverosimile che prima avesse tutta quella varietà di colori: una bella cartolina per turisti.
Molti dei fregi e delle decorazioni delle architetture del 500 italiane sono stati integrati con altri materiali, ricostruiti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il Castello Sforzesco non è sforzesco manco per il cazzo perchè l’hanno rifatto il Beltrami e il Filarete nell’Ottocento e così via.
Naturalmente ci sono esempi di “buon restauro” e di “cattivo restauro”, di restauro filologico accettabile e di restauro conservativo talebano, ci sono cattivi restauri necessari e buoni restauri sopra le righe. 
Quello che vediamo oggi è l’immagine di quello che pensiamo fosse ieri.
Il nostro rapporto con l’architettura storica è una meravigliosa metafora del nostro rapporto con noi stessi.