Sono un tecnico, uno di quelli che lavora dietro e sotto il palco.
Monto le luci o porto i pannelli di compensato per le scenografie. Ho
mani grosse e forti, e riesco a risolvere qualsiasi problema con queste
mie mani e il mio ingegno.
Sono una sarta, rincorro
cantanti e figuranti con gli spilli in bocca per aggiustar loro i
vestiti durante le prove. Riesco a cucire qualunque stoffa e adattare
anche il più visionario dei sogni di uno stilista a qualsiasi fisico di
attore.
Sono un pischello, ho fatto la coda tutta la notte
fuori e da domani per un mese sarò un soldato di Aida o un passante
stregato da Carmen. La lirica non mi piaceva, ma a furia di comparsate
per arrotondare lo stipendio, ora mi piace e ci sto dentro.
Sono
una maestra e ogni anno organizzo, riempio moduli, chiedo permessi e
autorizzazioni per portare i bambini a vedere questo splendido teatro e i
misteri celati dietro al sipario.
Sono una bimba e ho un
sogno. Qualcuno potrà dire che è il sogno di tutte le bambine, ma io
sono speciale e l'ho realizzato: volevo fare la ballerina e ora sono
entrata nella migliore scuola di danza d'Italia.
Sono una
musicista, un cantante, un direttore d'orchestra, un regista, un tecnico
luci suono un operatore di ripresa uno specializzato una maschera un
uomo delle pulizie un melomane una cassiera una guardarobiera un
coreografo una ballerina di fila.
ora, la fortuna è cieca, la vita ingiusta e il destino crudele. ma non è che bisogna sempre e per forza metterci sopra il carico
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/alla-scala-va-in-scena-lamianto/172711/
venerdì 25 novembre 2011
giovedì 6 ottobre 2011
Contrasti
A volte sei sulla terraferma, eppure ti sembra di navigare.
A volte basta una passeggiata, basta arrivare in fondo al pontile e non guardarti indietro.
Arrivi in cima, e il mare ti circonda. In giornate come questa, la brezza ormai fredda del tramonto disegna sulla superficie piccole ondine inoffensive, increspature che corrono veloci fino a riva.
Se ti fermi e aspetti, il vento ti fa colare il naso e il sole socchiudere gli occhi. Tra la luce accecante e la brezza ghiaccia l’unica cosa reale che c’è intorno a te è il movimento rapido della corrente.
E’ quasi una vertigine che ti può cogliere in questi momenti, uno strano contrasto tra i tuoi piedi fermi e tutto quel movimento piccolo e rapido intorno.
Guardi all’orizzonte cercando un punto fermo e l’unico punto che vedi è una sagoma che si avvicina e avvicinandosi si delinea, mostrando i suoi alberi e le sue vele ammainate.
Sollevi lo sguardo e anche il cielo non sta fermo perché i gabbiani ti girano intorno.
Sorseggi e aspetti che la vertigine passi.
E invece della vertigine, davanti a te passano signore anzianissime su ruote, incartate in multistrati di lana, spinte dai nipoti o dalle nuore, bambini al guinzaglio di mamme pettinatissime, tronisti a petto nudo che joggano supermonitorati.
Poi, uno skater ti sorpassa e cancella con la sua onda a rotelle il viaggio costacrociere mentale che per un attimo ti aveva quasi addolorata.
A volte basta una passeggiata, basta arrivare in fondo al pontile e non guardarti indietro.
Arrivi in cima, e il mare ti circonda. In giornate come questa, la brezza ormai fredda del tramonto disegna sulla superficie piccole ondine inoffensive, increspature che corrono veloci fino a riva.
Se ti fermi e aspetti, il vento ti fa colare il naso e il sole socchiudere gli occhi. Tra la luce accecante e la brezza ghiaccia l’unica cosa reale che c’è intorno a te è il movimento rapido della corrente.
E’ quasi una vertigine che ti può cogliere in questi momenti, uno strano contrasto tra i tuoi piedi fermi e tutto quel movimento piccolo e rapido intorno.
Guardi all’orizzonte cercando un punto fermo e l’unico punto che vedi è una sagoma che si avvicina e avvicinandosi si delinea, mostrando i suoi alberi e le sue vele ammainate.
Sollevi lo sguardo e anche il cielo non sta fermo perché i gabbiani ti girano intorno.
Sorseggi e aspetti che la vertigine passi.
E invece della vertigine, davanti a te passano signore anzianissime su ruote, incartate in multistrati di lana, spinte dai nipoti o dalle nuore, bambini al guinzaglio di mamme pettinatissime, tronisti a petto nudo che joggano supermonitorati.
Poi, uno skater ti sorpassa e cancella con la sua onda a rotelle il viaggio costacrociere mentale che per un attimo ti aveva quasi addolorata.
Etichette:
Lido di Camaiore,
sensazioni
Ubicazione:
Lido di Camaiore, 55041 Camaiore LU, Italia
lunedì 26 settembre 2011
Cuore di mamma
Accese il fuoco, si
guardò intorno, sistemò il plaid accanto a sé, infine si distese. Guardò
la ciotola piena di un fluido denso e trasparente. Un tonfo improvviso
la fece sobbalzare, drizzò le antenne ma non si sentì più nulla, così
prese la stoffa soffice e si coprì le estremità. Fuori l’inverno
cominciava a farsi serio, il prato era coperto di un manto nevoso
soffice e spesso.
Chiuse gli occhi. Tra poco avrebbe dovuto scendere a controllare come stavano le piccole. Finchè non le sento agitarsi vuol dire che dormono. Le pareti scure intorno a lei si fecero sempre più sfuocate, e alla fine si addormentò.
La svegliò la furia del vento, poi un rumore ritmico, il ripetuto bussare alla porta. Si alzò per nulla incuriosita. Eccoci. Borbottando aprì la porta. Il vento gelido le si insinuò in profondità mentre immobile fissava l’ombra scura di fronte a lei: tremava come una foglia e aveva uno sguardo supplice. Le ricopriva le spalle un delicato velo, irrigidito dal gelo.
Le prese il polso e la fece entrare. Senza parlare sorrise soddisfatta e la portò vicino al fuoco. L’ospite si rianimò un pochino e distese gli arti intirizziti verso il calore del focolare. “Ora stai qui buona, scaldati. Mi spiegherai tutto più tardi” la sua voce pacata era una carezza lieve, inaspettata. Le consegnò la ciotola; l’ospite affamata ci si avventò, sorpresa e riconoscente.
Si udì un tramestio veloce provenire dal piano inferiore. La padrona di casa si diresse verso il lungo corridoio buio in fondo alla stanza. “Torno subito” la rassicurò e scomparve. Un leggero frusciare, una nenia monotona, poi di nuovo i suoi piccoli passi rapidi.
“L’inverno è arrivato così improvviso quest’anno” sussurrò l’ospite distesa ormai immobile a terra. Aveva una voce roca, l’ombra della potenza dimostrata nelle stagioni passate.
“E’ quello che dite tutte” ribattè acida la formica, avvicinandosi. La sollevò con le mascelle poderose e la fece scivolare nella voragine apertasi accanto alla coperta. Un tonfo sordo, un veloce fruscìo, il suono secco delle zampette che venivano strappate.
Ecco, ora le piccole staranno buone ancora per un po’-sogghignò fredda, soddisfatta- L’inverno sarà lungo ma verranno altre cicale imploranti a elemosinare pietà a questa porta.
questo raccontino è stato pubblicato in "365 storie cattive", AA.VV., 2/2011
trovate maggiori informazioni qui: http://blog.aisea.org/articolo.asp?articolo=46
Chiuse gli occhi. Tra poco avrebbe dovuto scendere a controllare come stavano le piccole. Finchè non le sento agitarsi vuol dire che dormono. Le pareti scure intorno a lei si fecero sempre più sfuocate, e alla fine si addormentò.
La svegliò la furia del vento, poi un rumore ritmico, il ripetuto bussare alla porta. Si alzò per nulla incuriosita. Eccoci. Borbottando aprì la porta. Il vento gelido le si insinuò in profondità mentre immobile fissava l’ombra scura di fronte a lei: tremava come una foglia e aveva uno sguardo supplice. Le ricopriva le spalle un delicato velo, irrigidito dal gelo.
Le prese il polso e la fece entrare. Senza parlare sorrise soddisfatta e la portò vicino al fuoco. L’ospite si rianimò un pochino e distese gli arti intirizziti verso il calore del focolare. “Ora stai qui buona, scaldati. Mi spiegherai tutto più tardi” la sua voce pacata era una carezza lieve, inaspettata. Le consegnò la ciotola; l’ospite affamata ci si avventò, sorpresa e riconoscente.
Si udì un tramestio veloce provenire dal piano inferiore. La padrona di casa si diresse verso il lungo corridoio buio in fondo alla stanza. “Torno subito” la rassicurò e scomparve. Un leggero frusciare, una nenia monotona, poi di nuovo i suoi piccoli passi rapidi.
“L’inverno è arrivato così improvviso quest’anno” sussurrò l’ospite distesa ormai immobile a terra. Aveva una voce roca, l’ombra della potenza dimostrata nelle stagioni passate.
“E’ quello che dite tutte” ribattè acida la formica, avvicinandosi. La sollevò con le mascelle poderose e la fece scivolare nella voragine apertasi accanto alla coperta. Un tonfo sordo, un veloce fruscìo, il suono secco delle zampette che venivano strappate.
Ecco, ora le piccole staranno buone ancora per un po’-sogghignò fredda, soddisfatta- L’inverno sarà lungo ma verranno altre cicale imploranti a elemosinare pietà a questa porta.
questo raccontino è stato pubblicato in "365 storie cattive", AA.VV., 2/2011
trovate maggiori informazioni qui: http://blog.aisea.org/articolo.asp?articolo=46
sabato 17 settembre 2011
Bellissima
Giro in bicicletta in
pineta e gelato alla rotonda. Al primo sole è praticamente un obbligo,
sono quei rituali che è bello reiterare.
Di fronte alla gelateria c’è l’Hotel Turandot, tre stelle, l’unico hotel sulla Marina di Torre del Lago.
Di fronte all’hotel c’è la scalinata, e sulla scalinata un grumo di pizzi e guêpière, penne di struzzo, trampoli e french nails disordinatamente in coda. E’ tutto un chiacchiericcio, un osservar l’altrui, e un certo fremere contenuto.
In cima alla scala, a lato della porta a vetri, una ragazza in tuta grigia, walkie talkie e cartelletta, smista la varia umanità assiepata. Fa un cenno al tipo alto e calvo con l’auricolare che le sta di fronte e il tipo ne fa entrare due, una dark lady e una supertrans. La variazione di densità sulla scala provoca qualche riposizionamento con conseguente malcontento. Ma il tipo alto e calvo ripristina la condizione di ordine.
Altro cenno, altra coppia.
"Chi sono mamma?"
"Si direbbe un casting"
"Sì, per una scena di un film che devono girare al Frau", ci informa l’omino della gelateria.
Ci mettiamo sedute al tavolo fuori, il Pericolo Biondo si cosparge di cioccolata la maglietta, Acqua Cheta ed io osserviamo l’evolversi della situazione.
Un casting. Qui, ora. Questo è un segno del destino. Ora finiamo il gelato e le porto là, saliamo i gradini facendoci strada tra la folla e guadagniamo la pole position, la ragazza con il walkie talkie vede le mie bambine e rimane folgorata. "Presto entrate" ci fa "stiamo proprio cercando due bambine per un film che andrà in produzione quest’estate". Figata, così non devono neanche saltare la scuola. Allora entriamo e il responsabile del casting le vede e dice "perfette". Un futuro nel cinema, per le mie belle perle. Sì, è proprio un segno del destino.
Intanto la ragazza ha chiuso il casting e i rimasugli se ne vanno strascinando per strada la propria delusione.
Poco male, vorrà dire che avranno più attenzione per le mie perle, ora. Certo la maglietta al cioccolato non è il massimo, ma rende tutto spontaneo, imprevisto.
"Andiamo a vedere mamma?"
"Va bene cara, finite il gelato"
Come una Nannarella contemporanea, le prendo per mano e attraverso la strada. Mi ci vedo nella parte, con le borse sotto gli occhi, i capelli spettinati e le creature al mio fianco. Cammino, con la schiena dritta e il passo deciso. Raggiungo la scala, saliamo.
"Le bambine erano curiose di vedere dentro che c’è".
"Come vi chiamate? Che bei nomi! Allora, vi spiego: qui stiamo cercando delle comparse per un nuovo film italiano che uscirà a settembre e dobbiamo girare una scena a Torre del Lago, nella discoteca Frau. Ah, ma và? E quella accanto al bagno dove andate con i nonni? No signora, è alla sua prima regia, non credo che lo conosca. Gipi, un autore di comix".
Le mie bertuccine sono annichilite: dentro, davanti alle petineuses, tra nuvole di lacca e brillantini, stanno finendo l’acconciatura a una stangona sui trampoli, infilando la guêpière nera alla supertrans e spandendo il rossetto nero sulle labbra di Morticia Addams.
Le comparse sono pronte, la supertrans mi passa vaporosa accanto con i suoi due metri buoni tacco incluso e sul viso di Acqua Cheta si dipinge un’espressione di sgomento.
Sono sicura che Nannarella non si è mai trovata a dover dare delle spiegazioni così impegnative.
Di fronte alla gelateria c’è l’Hotel Turandot, tre stelle, l’unico hotel sulla Marina di Torre del Lago.
Di fronte all’hotel c’è la scalinata, e sulla scalinata un grumo di pizzi e guêpière, penne di struzzo, trampoli e french nails disordinatamente in coda. E’ tutto un chiacchiericcio, un osservar l’altrui, e un certo fremere contenuto.
In cima alla scala, a lato della porta a vetri, una ragazza in tuta grigia, walkie talkie e cartelletta, smista la varia umanità assiepata. Fa un cenno al tipo alto e calvo con l’auricolare che le sta di fronte e il tipo ne fa entrare due, una dark lady e una supertrans. La variazione di densità sulla scala provoca qualche riposizionamento con conseguente malcontento. Ma il tipo alto e calvo ripristina la condizione di ordine.
Altro cenno, altra coppia.
"Chi sono mamma?"
"Si direbbe un casting"
"Sì, per una scena di un film che devono girare al Frau", ci informa l’omino della gelateria.
Ci mettiamo sedute al tavolo fuori, il Pericolo Biondo si cosparge di cioccolata la maglietta, Acqua Cheta ed io osserviamo l’evolversi della situazione.
Un casting. Qui, ora. Questo è un segno del destino. Ora finiamo il gelato e le porto là, saliamo i gradini facendoci strada tra la folla e guadagniamo la pole position, la ragazza con il walkie talkie vede le mie bambine e rimane folgorata. "Presto entrate" ci fa "stiamo proprio cercando due bambine per un film che andrà in produzione quest’estate". Figata, così non devono neanche saltare la scuola. Allora entriamo e il responsabile del casting le vede e dice "perfette". Un futuro nel cinema, per le mie belle perle. Sì, è proprio un segno del destino.
Intanto la ragazza ha chiuso il casting e i rimasugli se ne vanno strascinando per strada la propria delusione.
Poco male, vorrà dire che avranno più attenzione per le mie perle, ora. Certo la maglietta al cioccolato non è il massimo, ma rende tutto spontaneo, imprevisto.
"Andiamo a vedere mamma?"
"Va bene cara, finite il gelato"
Come una Nannarella contemporanea, le prendo per mano e attraverso la strada. Mi ci vedo nella parte, con le borse sotto gli occhi, i capelli spettinati e le creature al mio fianco. Cammino, con la schiena dritta e il passo deciso. Raggiungo la scala, saliamo.
"Le bambine erano curiose di vedere dentro che c’è".
"Come vi chiamate? Che bei nomi! Allora, vi spiego: qui stiamo cercando delle comparse per un nuovo film italiano che uscirà a settembre e dobbiamo girare una scena a Torre del Lago, nella discoteca Frau. Ah, ma và? E quella accanto al bagno dove andate con i nonni? No signora, è alla sua prima regia, non credo che lo conosca. Gipi, un autore di comix".
Le mie bertuccine sono annichilite: dentro, davanti alle petineuses, tra nuvole di lacca e brillantini, stanno finendo l’acconciatura a una stangona sui trampoli, infilando la guêpière nera alla supertrans e spandendo il rossetto nero sulle labbra di Morticia Addams.
Le comparse sono pronte, la supertrans mi passa vaporosa accanto con i suoi due metri buoni tacco incluso e sul viso di Acqua Cheta si dipinge un’espressione di sgomento.
Sono sicura che Nannarella non si è mai trovata a dover dare delle spiegazioni così impegnative.
venerdì 16 settembre 2011
Sinonimi
E’ cominciata la scuola, con conseguenti 13+13 km di trasferimento casa scuola ritorno incluso.
(si va vivere fuori dalla città un po’ per questo, per potersi spostare in macchina il doppio)
Essendo madre talebana per natura e squattrinata per sorte, non ho mai dotato il mezzo di trasporto dell’autoradio. All’acquisto ostava una remora latente: il pensiero di essere costretta, per quieto vivere itinerante, al repeat incondizionato de “il coccodrillo come fa”, si scontrava con la mia idea di educazione.
In macchina, per 20 min a viaggio con prole in età scolare, si possono fare altre cose: si ripassano le tabelline, si canta, si litiga, si guarda il paesaggio, si gode del silenzio. Molto si parla.
Argomenti ce ne sono tanti, ma in questo periodo va per la maggiore e di pari passo con il programma ministeriale, il tema de “i sinonimi”.
-Ogni parola ha il suo significato, a volte preciso, altre volte sfumato. Ma sinonimi in senso stretto non esistono. Ci possono essere parole che, per affinità di senso, possono essere usate per sostituire delle parole simili, per rendere un racconto più elegante o più accattivante o fluido. Ma le usi solo dopo aver definito un oggetto o una azione nei suoi veri termini. Per esempio “casa” e “abitazione” definiscono lo stesso oggetto, ma “casa” ne sottolinea la “materia”, “abitazione” invece pone l’accento sul suo “uso”. Oppure tutti gli alberi sono piante, ma non tutte le piante sono alberi, ci sono i cespugli, le piante erbacee…”
-Ma, hai presente “soffice” e “morbido”? non ti danno l’idea di una cosa che quando la tocchi è bella, morbida, soffice? Ecco, la maestra ha detto che questi sono sinonimi
-Sì, la maestra dal suo punto di vista ha ragione, però “soffice” lo dici della neve, mentre “morbido” lo dici di un cuscino.
In effetti il termine “pedante”, nella sua accezione di aggettivo sostantivato, può diventare sinonimo di “madre”.
(si va vivere fuori dalla città un po’ per questo, per potersi spostare in macchina il doppio)
Essendo madre talebana per natura e squattrinata per sorte, non ho mai dotato il mezzo di trasporto dell’autoradio. All’acquisto ostava una remora latente: il pensiero di essere costretta, per quieto vivere itinerante, al repeat incondizionato de “il coccodrillo come fa”, si scontrava con la mia idea di educazione.
In macchina, per 20 min a viaggio con prole in età scolare, si possono fare altre cose: si ripassano le tabelline, si canta, si litiga, si guarda il paesaggio, si gode del silenzio. Molto si parla.
Argomenti ce ne sono tanti, ma in questo periodo va per la maggiore e di pari passo con il programma ministeriale, il tema de “i sinonimi”.
-Ogni parola ha il suo significato, a volte preciso, altre volte sfumato. Ma sinonimi in senso stretto non esistono. Ci possono essere parole che, per affinità di senso, possono essere usate per sostituire delle parole simili, per rendere un racconto più elegante o più accattivante o fluido. Ma le usi solo dopo aver definito un oggetto o una azione nei suoi veri termini. Per esempio “casa” e “abitazione” definiscono lo stesso oggetto, ma “casa” ne sottolinea la “materia”, “abitazione” invece pone l’accento sul suo “uso”. Oppure tutti gli alberi sono piante, ma non tutte le piante sono alberi, ci sono i cespugli, le piante erbacee…”
-Ma, hai presente “soffice” e “morbido”? non ti danno l’idea di una cosa che quando la tocchi è bella, morbida, soffice? Ecco, la maestra ha detto che questi sono sinonimi
-Sì, la maestra dal suo punto di vista ha ragione, però “soffice” lo dici della neve, mentre “morbido” lo dici di un cuscino.
In effetti il termine “pedante”, nella sua accezione di aggettivo sostantivato, può diventare sinonimo di “madre”.
lunedì 12 settembre 2011
Ecco, finita.
Non ricordo un ultimo giorno di vacanza con il brutto tempo.
Magari aveva piovuto per tutta l’ultima settimana, e la temperatura si era abbassata e bisognava cominciare a coprirsi un po’. Si aspettava che smettesse il temporale per poter andare in bicicletta nelle pozzanghere, o per andare a vedere il mare mosso e a sentire il libeccio sul viso. O si andava Viareggio in motorino, da Blue Point a comprare le cavigliere che presto non avremmo più potuto portare perché davano fastidio con le calze, o si andava al mercato a cercare i pantaloni di velluto, che in quella bancarella dove si serviva nostra madre i prezzi erano ottimi e ci vestiva tutte e quattro con poco. Si cominciavano a smontare il tavolo del giardino e a riporre le sedie e si svuotava la cabina. Le pulizie, le valigie, il gatto, i vocabolari di latino e greco e le versioni rimaste da fare per gli esami di riparazione.
Ma l’ultimo giorno, quello prima della partenza, è sempre stato bel tempo.
L’ultimo bagno, l’ultimo gelato, l’ultimo gioco o l’ultimo bacio, le ultime conchiglie, l’ultimo aperitivo, l’ultimo tramonto, l’ultimo sguardo al mare.
Poi, il giorno dopo, l’autostrada.
Ecco, oggi è l’ultimo giorno di vacanza, ma non sarò io a partire. Partiranno gli altri.
Se vivi in un posto come questo, vicino al mare, la partenza degli altri la aspetti per tutta l’estate. Torni ad essere padrone delle strade, dei bar, del mercato, del molo e del lungomare. Sai che l’inverno che arriverà non sarà rigido, e la possibilità di andare sulla sabbia a passeggiare ti fa sentire speciale.
Certo, magari non lo fai perché la vita è la stessa per tutti, dura. Però potresti.
Eppure non vedi l’ora che gli altri tornino, così, per sentirti un po’ al mare anche tu.
sabato 27 agosto 2011
Accumulatore differenziato
- Ora mettilo qui.
- No
- Avanti, senza storie.
- Non posso, è interessante
- Figuriamoci. Mettilo nel cestino.
- Ma potrebbe servire
- E cosa te ne faresti?
- Ci metto in filo argentato e diventa un pallina per l’albero di Natale
- Siamo ad aprile, sembra prematuro pensare al Natale.
- Posso fare un alberello di carta, e poi decorarlo con le palline colorate
- E’ una stagnola dei cioccolatini, ne troverai a migliaia da qui a dicembre. Progressi?
- Ieri sono andata in discarica.
- Deo gratia. E cosa hai portato?
- 38 chili di carta. Me la scalano dalla tassa dei rifiuti.
- Bene, e poi?
- 5 chili di olio vegetale. Lo sa che è reciclabile al 98%? Ci fanno il biocarburante, l’ha detto Jacona
- Lo so. E poi?
- 2 chili e mezzo di metallo, comprese le retine del prosecco.
- E le corone? E i tappi di sughero?
-
Le corone le ho tenute: tintinnano. E con i tappi magari ci avvio il
fuoco quest’inverno, oppure ci faccio i tetti per le casette del
presepio.
- Siamo sempre ad aprile. E poi?
- Poi il vetro, e
anche la scatola dei piatti rotti. Tanto quando farò i mosaici alle
pareti posso attingere dal giacimento di piastrelle rotte sul sentiero
sotto casa.
- E le bottiglie?
- La batteria del portatile e
la scheda della caldaia bruciata che andrebbero nell’elettrico ma la
tipa della discarica non le ha pesate e le ha buttate nel nero. Però non
si fa, così ero capace anch’io... Poi un sacco di plastica: le buste
del cibo per i gatti, due sedie da giardino rotte, e le seggioline delle
bimbe che ormai non le usano più. E una paletta per i rifiuti
disintegrata.
- E le bottiglie?
- Di quelle ne ho poche, uso l’acqua del rubinetto.
- Non fare la finta tonta, i flaconi dei detersivi? E i tappi?
-
Li ho tenuti, non posso buttarli: sono talmente belli. Quei colori
brillanti e quelle forme così diverse. Il tappo della panna montata da
spruzzare per esempio, è sferico! Lo posso usare come pallina per il
detersivo. Ho letto su Altroconsumo che la pallina con il detersivo
direttamente nel cestello aiuta a lavare meglio i panni a bassa
temperatura. E’ per via dell’azione meccanica di sfregamento. Un po’
come lavarli a mano.
- D’accordo, ma di tappo a pallina ne basta uno per il bucato. E gli altri?
-
Possono servire a un sacco di cose. Lo sa che alcuni si incastrano tra
di loro meglio del lego? I tappi del detersivo con quelli
dell’ammorbidente, per esempio. Sono anche in nuance di colore, verde
chiaro e verde scuro.
- E cosa te ne fai?
- Quando ne avrò a
sufficienza posso regalarli alla scuola materna, come costruzioni, per
far giocare i bambini. Oppure ci faccio un Othello reciclato. Con quelli
della Schweppes da litro e del latte nel tetrapak. Ne servono solo 64
per tipo, li incastro l’uno dentro l’altro e ci vengono fuori le pedine.
Certo, quelle vere sono bianche e nere ma anche gialle e bianche va
bene uguale, no? Al limite la scacchiera la faccio in tinta…
- Ma: e tutti gli altri tappi? Ne hai buste piene.
- Li tengo da parte perché ci si fanno le sedie per i disabili!
- Allora dalli ai Cattodem o agli Equosolidali. Devi buttare, non puoi accumulare continuamente.
-
Non posso pensare che tutti quei meravigliosi oggetti, con le loro
forme e colori e materiali vadano perduti. Non è possibile che servono
solo a “contenere” e che una volta vuoti non servano più. L’uomo non può
aver usato il suo ingegno per realizzare cose che servono solo a
“contenere”. Devono aver un altro scopo, un'altra funzione.
- Ce l’hanno, li metti nell’apposito cassonetto e vengono riutilizzati. Cambiano forma ma la sostanza rimane.
-
Non è la stessa cosa, quegli oggetti sono belli in sé. Sono perfetti
nella loro forma. Si tratta solo di scoprire per loro una nuova
funzione.
- Gli oggetti che accumuli sono progettati con uno scopo. La loro bellezza non è oggettiva, ma intrinseca nella loro funzione.
-
Sa, ho costruito uno scatolofono una volta, con un contenitore del
pesce in polistirolo e qualche elastico, come hanno fatto alla Gaia
Scienza.
- Signoriddio, e cosa ne hai fatto?
- L’ho fatto vedere alle bimbe; l’hanno suonato e si sono divertite.
- Per quanto tempo?
- 48 secondi.
- Poi cosa ne hanno fatto?
- Lo hanno messo in camera a prender polvere.
- Appunto. Vediamo cosa tieni nella tua borsa. Queste?
- Nocciole. Le ha raccolte il pericolo biondo e mi ha chiesto di custodirle.
- Quando?
- 15 giorni fa.
- Te le ha più chieste?
- No
-
Allora puoi buttarle. Se un bambino ti fa custodire una cosa e non te
la richiede nel giro di mezza giornata, ha perso interesse e la puoi
tirar via. Sentimi bene: la tua famiglia ha diritto di vivere in un
luogo sano e ordinato. Non puoi accumulare qualunque cosa ti sembri
degno.
- Ma mi saranno utili, posso…
- Lo so, le so tutte.
Coi cd puoi farci il caleidoscopio o i portafotografie, le cartucce
della stampante le puoi far rigenerare, con le buste termiche del
supermercato puoi rivestirci le bottiglie o farci le pochette per le
merende delle tue figlie, nelle latte dei pelati puoi metterci a dimora
le piantine e con i biglietti del treno ti ci potrai fare i filtri.
Non
funziona così, devi liberarti di quanto hai messo da parte fino ad ora.
Nella prossima seduta voglio vedere le ricevute della discarica.
- Dottore, non credo di farcela.
-
Puoi e devi. C’è un provvedimento della Polizia Sanitaria. Tu sei qui
per farti curare, ricorda che io sono la tua ultima possibilità, dopo di
me c’è il ricovero coatto. La seduta è terminata, puoi passare alla
cassa.
- Cassa? Ma le sedute fanno parte del Trattamento di
Assistenza e Supporto Psicologico per gli Accumulatori Compulsivi
inserito nel Programma di Ordine e Salute Mentale Nazionale. La
prestazione è gratuita per quelli con patologia certificata.
- Spese di segreteria. Sono 130 troni.
- Alla faccia. Posso pagare con le monete da 5 cent?
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