sabato 14 aprile 2012

Il grande omento

La sua voce dal timbro basso e quieto mi aveva colpito subito. Non l’aspetto o il modo di fare o il passo o il modo di vestire, ma la voce. Ognuno di noi ha un punto forte; la voce era il punto forte di Max.
Max aveva anche un buon occhio, ma questa non si può definire una caratteristica evidente; osservava molto, spesso in silenzio, e vedeva cose che gli altri non vedevano. Infatti faceva il fotografo.
Fotografava luoghi e oggetti, poco le persone. Aveva comprato un iMac, uno dei primi, quelli un po’ fighetti che erano solo monitor e erano stati fatti in 5 accattivanti colori. L’aveva preso rosso fragola, e con quello elaborava le sue foto, studiava i livelli e la saturazione fino ad arrivare a quello che per lui era il risultato ottimale. La prima volta che vidi le sue foto a monitor esclamai banalmente: caspita che colori! E lui: vorrei ben vedere, trascorro solo intere giornate a calibrarli secondo la mia idea di colore.
Abitava in un bilocale dietro porta Genova, senza ascensore, come si conviene alla maggior parte delle belle case di Milano. C’erano lunghe rampe di scale ripide per arrivare da lui, e farle con l’happy hour sul groppone era un’impresa. Sulla parete di fronte alla porta d’ingresso aveva appeso un poster del circo di Moira Orfei che io non mi sarei messa in casa neanche se costretta, perchè quella faccia tirata e fittizia mi dava fastidio. Ma a lui piaceva l’arancione fluorescente della base e quel viso artefatto, e la pettinatura esagerata che lei sfoggiava con orgoglio da circense navigata, il finto neo così retrò sulla guancia e la grande scritta che la sovrastava.
Eravamo compagni di serate, aveva grande allegria e voglia di usarla così spesso che uscivamo io e lui. Bastava un sms: allora? ed era già un puntello. Quando ai Magazzini Generali, per concerti o serate free entrance, quando agli aperitivi in Ticinese, quando alle serate house dello Europe cafè di via Vigevano.
Ballava senza vergognarsi, cosa rara in un uomo, e beveva con gusto. Compagni di cuba libre.
Proprio davanti ad un cuba mi disse guarda cosa mi è successo oggi, sollevandosi la camicia e mostrando il torace ricoperto di folti peli neri. Nel mezzo, proprio sullo sterno, gli era cresciuta, dal giorno alla notte, una specie di grossa noce sottopelle. Stava lì, con la camicia sollevata mostrandomi quella grossa noce.
-Cosa potrà mai essere?
-Non lo so, domani ho appuntamento con il dottore.
Era una grossa noce cattiva, una noce maligna.
Il suo dottore rimase di sasso quando la vide, mi raccontò poi. Fece un sacco di telefonate e prese tutti gli appuntamenti del caso. Nel giro di una settimana quella noce aveva un nome, una diagnosi, e una terapia, e tutto l’interesse di una équipe di oncologi attirati dall’eccezionalità dell’evento.
-Mi è venuto un cancro al grande omento. Sai cos’è? E’ tipo la membrana che trattiene le nostra interiora. Sai quella roba che si usa per fare i fegatini di maiale, ecco, una cosa così. Io non sapevo neanche che esistesse, il grande omento. Se ne esco fuori voglio scriverci un libro. “Il Grande Omento”, senti che bel titolo.
Cominciò le cure, la solita trafila. Asportazione chirurgica, radio, chemio. I capelli non li perse perchè era già calvo e questo era un punto a favore della calvizie, per il resto accusò come tutti il peso la terapia. Cioè come se fosse costretto a buttarsi sotto un treno una volta ogni 15 giorni.
Ogni tanto esponevano il suo caso a qualche congresso e gli chiedevano il permesso di mostrare le cartelle cliniche e le foto della sua noce, prima, durante e dopo l’asportazione.
Il cancro al grande omento pare fosse rarissimo, quando si dice il culo.
Io per qualche tempo lo seguii, gli telefonavo o andavo a trovarlo. Poi si dovette ricoverare per un qualche tempo e non me la sentii più. Era come se quella noce cattiva mi guardasse e mi dicesse stai lontana da qui, come se la sua malattia fosse diventata un muro di vetro che mi impediva di avvicinarmi. Oggi lo chiamo con il suo nome, quel muro: codardia, allora erano impegni improrogabili, cantieri da seguire, progetti da finire.
Quando ha perso la sua guerra io mi ero già trasferita lontano da Milano. Me lo disse il mio amico Fabio, molto tempo dopo, mi disse che la sua fidanzata lo aveva accompagnato in tutte le battaglie e che aveva in mente una fondazione con il suo nome.
Da allora ogni tanto penso a come rimediare a ciò che rimedio non ha.
Per lo meno gli dedico una nota: Il Grande Omento.
Sì Max avevi ragione, proprio un bel titolo.

sabato 31 marzo 2012

Scriccioli

A guardarla ora, quello scricciolo biondo, rassomiglia ad un giunco mosso dal vento.
Prova e riprova l’esercizio cercando la perfezione del gesto, come fosse l’unica cosa che conta. Con passi mandati a memoria nel tempo rincorre la musica eseguendo movimenti talmente leggeri da sembrare spontanei.
Conosce il punto dove accelerare perchè è in ritardo e il punto dove fermarsi, contando fino a tre, perchè così vuole la figura; sa quando sorridere e dove puntare lo sguardo.
E alla fine, quando l’esercizio è concluso, pianta gli occhi in quelli della sua allenatrice per indovinare com’è andata e dove ha sbagliato.
A guardarla ora, mentre ascolta il responso con quell’espressione concentrata, si direbbe già una donna.
A me che osservo dalle gradinate sembra di vedere una di quelle puntate di Sfide, dove si ripercorre la strada di atleti arrivati prima che arrivassero. E fa un certo effetto pensare che ha otto anni.
Tutti i bambini amano la ripetizione, sanno che solo ripetendo impareranno. Poi questo talento si perde, purtroppo, e gli adulti non ripetono: il gioco è bello quando dura poco.
Durante l’allenamento lei ripete, sempre, in continuazione. Ha moti di stizza, certo, quando una cosa non riesce, ma poi li domina, e torna concentrata.
Anche le altre ragazze, quelle della fascia superiore, ripetono e ripetono. Forse non hanno ancora raggiunto il momento in cui perseverare diventa diabolico. Hanno corpi più maturi della loro età, o forse ero io che a 15 anni ne dimostravo 11. Ma hanno lo spirito di gruppo dei bambini. Ridono, cercano il tempo con gli occhi, si fanno scherzi delicati, si abbracciano, si raccontano i segreti in spogliatoio.
 E’ una bella strada, quella della ginnastica. Rende forti, allenati, regala un obiettivo per il quale si rinuncia allo sballo in discoteca o alle vasche in passeggiata con gli amici.
A me che osservo da fuori sembrano invincibili.

“Se io fossi un colore sarei il colore sarei il viola del bellissimo immaginario
un rumore sarei il rumore del mare che dà al silenzio un senso
un movimento, sarei il movimento della ginnasta, che nasconde una grande fatica
un’emozione sarei l’emozione della solitudine che lascia parlare il silenzio”.

Se io fossi adulta vorrei avere questa forza dentro.

domenica 12 febbraio 2012

Il sig. Livio

Il sig. Livio era un signore molto distinto.
Piccolo di statura, aveva un grande naso e baffi folti che si era fatto crescere per mascherare i segni di un ictus che lo aveva colpito, deformandogli leggermente il viso.
Era un uomo pacato e tranquillo, non alzava mai la voce e non sopportava le situazioni di tensione.
Il medico gli aveva detto che non doveva arrabbiarsi perchè il cuore era stanco e lui, ligio, cercava di seguire questo consiglio in ogni modo e in ogni comportamento.
Quando si trovava in mezzo agli abituali battibecchi tra moglie e figlio cercava di cambiare discorso, inutilmente. Allora si alzava e si muoveva per la stanza, per levarsi d'impaccio; si sedeva sul divano e aspettava che Micia gli venisse in braccio. Era l'unico della famiglia a godere di questo privilegio felino.
Anche prendere il gatto fu su consiglio del dottore, perchè i gatti aiutano i cardiopatici.

Il sig. Livio aveva studiato in orfanatrofio, era un Martinitt, e questo era motivo di orgoglio, perchè l'istituzione dei Martinitt era prestigiosa. A scuola aveva imparato a suonare il pianoforte e nel secondo dopoguerra, quando era giovane, si guadagnava da vivere suonando nei locali notturni della Milano in ricostruzione.
Poi era entrato in fabbrica; all'inizio degli anni '70 la fabbrica aveva messo in cassa integrazione gli operai, e lui passava la notte in Galleria insieme ai compagni di lotta, e la moglie lo andava a trovare e a portargli il cambio dei vestiti, con il figlio ancora piccolino.
Al fallimento della fabbrica aveva passato mesi disperato, perchè ormai era uomo fatto e non avrebbe trovato lavoro facilmente, ma era riuscito ad arrivare alla pensione grazie alla Olivetti. Allora lui e sua moglie si erano ritirati dalla città ed erano andati a vivere in un piccolo paese sopra Luino, nella vecchia casa dove la moglie era nata e cresciuta.

Quando il sig. Livio era imbarazzato tamburellava con indice e medio tesi sul cuore, come per ricordarsi di non cedere all'emotività.
Aveva una ossessione per il freddo e si copriva sempre le spalle con un piccolo scialle e la testa con un cappellino di lana fatto all'uncinetto. Nelle notti particolarmente fredde il cappellino non lo abbandonava neanche a letto.

L'altra sera a letto sentivo il freddo entrarmi dalla testa, perchè non stavo tanto bene, fuori era freddo vero e la casa è vecchia e gli spifferi sono dappertutto. Allora ho preso una delle mie fasce di lana fatte a mano e me la sono calata sulla fronte; l'immediato senso di tepore mi ha sorpreso e mi sono chiesta perchè non l'avessi fatto prima. E poi mi è venuto in mente il sig. Livio.
Mi piace lasciar libera la mente di intraprendere questo genere di viaggio.

martedì 7 febbraio 2012

La grotta

Quando nel 1994 quattro compagni ed io abbiamo dato vita al primo Centro Sociale dell’Architettura detto “la grotta”,  disponevamo di una avanguardistica dotazione informatica proveniente direttamente dalla cameretta di casa, fresca di tesi di laurea, e l’US Robotics costava 500.000 lire.
Io sfoggiavo un futuristico Power Mac portatile con ben 4 Mb di HD, e gli altri compagni non erano da meno. Essi lavoravano sulla mirabolante piattaforma Windows, quindi consideravano la potenza del mezzo direttamente proporzionale alla dimensione della tower.
I monitor occupavano l’intera superficie della scrivania e con la bella stagione il loro efficiente sistema di raffreddamento influenzava il pur mite clima della grotta, creando in sinergia con la percentuale di umidità presente, una temperatura costante percepita intorno ai 43°.
La rete tra le postazioni funzionava perfettamente grazie all’incessante passaggio di dati su floppy disk da 1,4 Mb, poi sostituiti da avveniristiche quanto costose cartucce Iomega ZIP da 100 Mb. Noi utenti mac dovevamo avere la gentilezza di specificare l’estensione nel nome del file da condividere e tenevamo sotto costante esercizio il nostro acume dovendo intraprendere complicatissimi giochi senza frontiere per l’esportazione dei files vettoriali da minicad ad autocad. I compagni utenti windows apprezzavano i nostri sforzi di compatibilità, e sottolineavano con sarcasmo la perfettibilità del sistema ad  ogni tentativo fallito.
Per ottenere totale interscambiabilità degli elaborati progettuali utilizzavamo perciò un vetusto quanto efficacie supporto rigido di precisione detto “tecnigrafo” con il quale ci interfacciavamo attraverso  la tecnologia morbida detta “del rapidograph”, tecnica veloce ma che ci costringeva, nel momento del bisogno della sua riproducibilità, ad interminabili attese in copisteria.
Ad una tale potenza di dotazione informatica non corrispondeva una altrettanto degna quantità di committenza e questo ci regalava incommensurabili delta T di ozio, che trascorrevamo in partecipati dibattiti sul senso dell’architettura chiacchierata.

Poi, dopo un paio d’anni, sono arrivati i Pisellini.
I Pisellini devono il loro nome al nipotino di Braccio di Ferro, e la geniale denominazione a Lorenzo. Germogli di architetti provenienti da un corso di composizione presso la Facoltà, erano stati attirati in grotta per diventare il braccio creativo del gruppo di lavoro del concorso sull’area Falck (quella di Penati). Neanche trentenni, ci sentivamo già degli anziani progettisti e confidavamo nella vérve creativa di giovani studenti, impegnandoci con ottimismo immotivato nel mondo dei concorsi di idee per uscire dalla penombra ed entrare nella storia e sederci accanto alle rockstar dell’architettura.
Il primo giorno di lavoro, i Pisellini si sono portati i loro computer, li hanno sistemati sul tavolo delle riunioni e hanno cominciato a lavorare. Erano in grado di restare immobili davanti al monitor senza alcun segno apparente di insofferenza e la loro strumentazione era stupefacente.
I loro pc emettevano suoni. Un prodigio della tecnica. Avevano casse collegate  e una scheda audio atta all’uopo. Suonavano musica di gruppi lontani anni luce come Underworld, Prodigy, Chemical Bros, Orb. Praticamente una rivoluzione culturale.

A parte la presenza immateriale de La Moglie di Lorenzo, la grotta vedeva la frequentazione quasi esclusiva di elementi di sesso maschile. Io sola mi pregiavo di essere esponente dell’altro sesso,  sebbene con caratteristiche di ibrido data la permanenza prolungata in ambiente così maschialmente caratterizzato.
L’oscuro laboratorio si illuminava a volte della collaborazione temporanea di figure femminili dette per coerenza di termini “Le Piselline”. Queste venivano accolte dall’entusiasmo dei 4/5 del direttivo della grotta e dal mio insindacabile giudizio propedeutico all’ammissione.
Si dividevano in Piselline Sciolte e Piselline Fidanzate, poiché a volte i Pisellini manifestavano l’ingenua aspirazione ad una vita sociale. Altre figure femminili si palesavano nei meandri della grotta, per lo più parenti dei soci fondatori o compagne sull’orlo della separazione, minacciata o conclamata, o le amiche preoccupate per la nostra salute mentale che si avventuravano nella speranza di portarci a riveder  le stelle.
Pisellini e Piselline partecipavano allegramente a qualunque iniziativa partisse dal direttivo, prediligendo le maratone dei concorsi, fino alla magnifica vacanza.zip, viaggio iniziatico sulla strada che da Le Corbusier conduceva a Frank Ghery, durante la quale percorremmo circa 4000 km in 4 giorni per ammirare l’Unité d’Habitation di Marsiglia, la Chapelle di Ronchamp e Il Guggheneim di Bilbao con derive nei paesi di nascita delle nostre rockstar dell'architettura preferite.
Essendo un vero centro sociale dell’architettura, non era ammessa vita privata. Liti infiammate e caste effusioni si consumavano davanti agli occhi di tutti i compagni. Divorzi e gravidanze, tradimenti e crisi esistenziali rientravano nel cartellone delle manifestazioni della grotta e venivano discusse durante le riunioni del direttivo che si svolgevano al Bar del Lupo in pausa pranzo o durante l’assemblea permanente che aveva luogo nel resto della giornata.
D’abitudine ci impegnavamo con disordinato entusiasmo in progetti istituzionali, a volte persino emettendo fattura.
L’aspetto migliore di noi, la nostra vera, spontanea e geniale vena creativa usciva però quando lasciavamo correre il pensiero a.r.l., a ruota libera.
Partorivamo in quei momenti indimenticabili pavimentazioni in prosciutto cotto, pannolini per infanti Pampers Focaccia, e svariati oggetti di design di dubbio utilizzo pratico ma di inarrestabile potere esilarante, come i guanti da sega, il camper l'aia o le mutandem. Ci lanciavamo, perseguitandoci via sms a qualunque ora del giorno, in calembour enigmistici alfanumerici.
Trascorrevamo con gioia infantile il nostro tempo tra progettazione, discussione e autoanalisi. Tutto il nostro tempo. In mancanza di commesse ci dedicavamo allo studio; avevamo una biblioteca degna di questo nome, che annoverava monografie, manualistica e periodici. Ma restavamo fermi sulla nostra cultura accademica fatta di Domus e Casabella. Così accettammo di buon grado le fenomenali innovazioni introdotte dai Pisellini, come la rivista El Croquis, attraverso la quale conoscemmo la Architettura del nostro tempo. Lo sviluppo della rete adsl e la modernizzazione dei computer ci spalancò la porta dell’immenso conoscibile della rete. Assorbivamo come spugne gli input che provenivamo dai più differenti settori della cultura. Pulp Fiction ci insegnò il concetto di “furbetto” che immediatamente trasferimmo  sull’oggetto della nostra professione, diventando il gradino più alto della nostra scala di valori estetici. “Simmetria se sbaglia mìa” divenne una sfida, un’ipotesi preconcetta da confutare; il “sindaco con i baffi” un modello concettuale da combattere, “dove metto a stendere il bucato?” e “ma poi come lo pulisco?” FAQ da glissare con superiorità intellettuale. Rimanemmo affascinati da Microservi di Douglas Copland e In lotta con la Verità di Gitta Sereny, che aprirono la via ad una spietata consapevolezza di rassegnazione della nostra condizione di sfigati della contemporaneità.
Di tutto questo non ho più nulla. Una foto, un progetto, un’elaborazione in Photoshop, un sms, un ciclostile o un radex. Tutto materiale smaterializzato. Non potrebbe essere altrimenti: ogni cosa, dai libri alle foto, dalla conoscenza all’ironia, circolava libero e senza padroni tra le pareti fredde ma accoglienti della grotta.

Per lorenzo, marco, valentina, cesare, riccardo, fabio e alessandra e per quelli sono stati lì.

sabato 14 gennaio 2012

Imperfetto

C’erano due cose che mi piacevano davvero del quartiere Isola. Il ponte di via Quadrio e il sottopasso per la stazione Garibaldi.
Il ponte mi era sempre sembrato un miraggio, era libero in qualsiasi momento. Mi piaceva la dimensione della carreggiata, l’aspetto incompiuto, la velocità con cui lasciava correre la vista sul fascio di strade ferrate. Il suo asfalto dissestato assisteva agli eventi della notte, dalle risse al sound system. Si sarebbe detto un ponte inutile invece era fondamentale; a senso unico, ma era il senso giusto per me.
Se non dovevo passare sopra la ferrovia, la sottopassavo. Non aveva niente di speciale il sottopasso, ad esclusione della sua esistenza. E se dovevi andare a prendere la metropolitana in Garibaldi e stavi all’Isola, era lui che faceva la differenza. Percorrerlo metteva un po’ di inquietudine, non c’era mai troppa gente; filippine, studenti, egiziani, nonne, in ordine sparso e senza pressione.  Era lungo stretto buio e brutto. Alla fine del sottopasso c’era un’altra Milano, quella di corso Como e del terminal, ed è subito Brera.

Fabio abitava all’Isola da quando non era ancora L’Isola; si era subito innamorato di lei. Era stregato dal suo mondo variopinto fatto di botteghe e banchi del mercato, di discoteche nei centri sociali, ristoranti nelle case occupate e di brunch nei bar. Aveva rapporti con tutto ciò che vi accadeva, come affezionato spettatore, incuriosito frequentatore, cliente spensierato, spietato assenteista.
Davanti al portone di casa sua c’erano uno sciame di motorini cannibalizzati e una macchina sempre diversa ad occupare il passo carraio, gli amici del vecchio elettricista e i senegalesi del palazzo. I vecchini osservavano il viavai, fornivano consulenze su tecniche di riparazione, calciomercato e economia politica; i senegalesi facevano la posta al portone per guadagnare il cortile, montare sul muro dell’officina e entrare nel sottotetto dove abitavano.
Sul citofono accanto al portone non c’era il cognome di Fabio, perché era in perenne lite con l’amministratore e non gliel’aveva mai fatto mettere, e quando con un moto d’orgoglio se l’era messo da solo, s’era cancellato alla prima pioggia.

Fabio mi aveva accolto in casa quando mi ero sfidanzata. Era abituato a dividere un appartamento, prima di comprare casa lo aveva fatto per anni, nelle più diverse e interessanti situazioni.
Ridevamo un casino e ci capivamo alla perfezione. Aprivamo tavole rotonde di logica, critica storica, tecnologia, politica, psicosociologia, teoria della comunicazione, psicanalisi, dialettica; i nostri preferiti erano i contest di ironia ma non disdegnavamo i discorsi a cazzo. Adoravamo fare a gara di ovvietà e luoghi comuni, tipo che so, ospiti un’amica e finisci per rovinare l’amicizia. Fabio era il mio amico speciale.
La casa era il classico bilocale di ringhiera all’ultimo piano senza ascensore. La famiglia che l’abitava prima di lui aveva ricavato una stanza cieca per i due figli, assai somigliante alla stanza segreta del covo di via Montalcini. Fabio ne aveva salvato la memoria e trasformando il loculo in cabina armadio con soppalco-letto grazie a una solidale manovalanza qualificata e un uso spregiudicato del colore.
Io dormivo ai piedi del soppalco nel cosiddetto angolo arabo, costituito da n. 4 pallets di autentica antimateria, un materasso e svariati cuscini. Condividevano il nostro nido d’amicizia due gatti soriani, Cafi e Prozac, ai quali Fabio elargiva affetto e croccantini e veniva ricompensato con infinita tenerezza e una cassetta da pulire tutti i santi giorni.
Aveva ridotto i suoi vestiti per fare spazio ai miei, mi aveva dotato di un mazzo di chiavi e data totale disponibilità di casa e mezzi di trasporto, senza domandarmi per quanto tempo sarei rimasta.

La prima cosa che ho fatto quando mi sono trasferita da Fabio è stato pulire il bagno. Non perché fosse particolarmente sporco, ma per ripagare il suo gesto cortese con uno altrettanto. Che invece nella mia scala delle azioni indelicate verso terzi, pulire il bagno sta sicuramente dopo leggere il diario ma decisamente prima di stendere una lavatrice di intimi. Infatti quando l’ho pulito si è sminchiato lo scarico della doccia.
La seconda cosa che ho fatto è stata cucinare una pasta col tonno, e siccome l’avevo fatta con tanto amore per festeggiare l’inizio della nostra amicale convivenza  e  per farmi perdonare del danno alla doccia, era venuta davvero buona, tanto che verrà registrata nei nostri annali come la più buona che abbia mai mangiato.

Dalla pasta col tonno in avanti la storia ha vissuto di vita propria. Ci lasciavamo biglietti per le comunicazioni di servizio, dividevamo la spesa del super e condividevamo  esperienze, amicizie e confidenze vivendo in una bolla di sincerità complice e disinteressata. La nostra convivenza sfiorava livelli di perfetta empatia.
Quando l’onda ha cominciato la sua discesa, Fabio non è tornato a dormire per tre notti di fila e ci ho pure messo tre notti per realizzarlo. Mi è tornato in mente lo scarico della doccia. A volte ospiti un’amica che ti pulisce il piatto doccia e tu, dopo due ore, ti ritrovi a staccare l’assegno all’idraulico. L’inconsapevole catastrofico battito d’ali della farfalla agli antipodi.
E poi mi sono ricordata della pasta con il tonno.
Così ho raccolto il suo garbato quanto perentorio segnale di malessere, ho scritto il mio ultimo biglietto, e mi sono levata di lì.
E’ bello sapere che un piatto doccia e uno di pasta possono sventare un luogo comune.

venerdì 13 gennaio 2012

Liù

"Dopo me ne dai uno?"
"No".
"E quello cos’è?"
"Veleno per bambini".
In realtà sono bottiglie di soda schweppes da due litri, ma evidentemente il barista non ha voglia di spiegare.
Il bambino lo guarda riporre le bottiglie e poi guarda me.
"Quello cos’è, sambuca?"
"No, è rum -gli dico io- mi piace nel caffè".
Il ragazzino lo conosco, era alla materna con mia figlia; è certificato però non so con quale articolo. Lo sguardo non è esattamente sveglio e la parlata è ghiozza, ma qui tutti i bambini parlano così.
"OH, MA LA PIANTI? ti stai zitto?"
Arriva la madre, gli butta addosso un’occhiata truce e poi torna alla macchinetta cambia soldi.
Anche lei la conosco di vista, anzi una volta le ho pure dato un passaggio. Una mattina mi ha chiesto se andavo a Viareggio ché lei non ha la patente.
"Vado fino a lì" le dico
"Perfetto" fa lei "Mi puoi lasciare al Bar L’Onda".
Monta in auto; quasi subito mi chiama Ale:
"Dove sei cosa fai?"
"Vado in ufficio ma prima accompagno una... mamma? no: una nonna al Bar L’Onda"
"Veramente sono la mamma"
"Oh, scusa. Anche tu sei diventata mamma tardi come me?"
"Veramente ho 36 anni".
Meglio che sto zitta.
Al Bar l’Onda ringrazia e scende; io richiamo Ale.
"Che figura dimmerda! E’ la mamma!"
"Tanto se lo dimentica subito - mi dice lui - Se va al Bar L’Onda è per giocare alle macchinette".

E infatti, anche ora è nella saletta delle slot e il figlio la aspetta e si rompe i coglioni.

Un paio d’anni fa è finita anche sul giornale. Non lei, veramente suo marito: si era ribaltato con il trattore mentre lavorava nel campo di un’azienda agricola. Quando l’hanno tirato fuori sembrava che non ci fosse niente da fare, poi che dovesse perdere le gambe, poi il suo angelo custode o il destino beffardo è intervenuto ed è rimasto storpio. Tutte le mamme del plesso erano sconvolte dalla storia, per qualche giorno.
Il barista continua a metter via bottiglie e io do un’occhiata alla saletta. Le macchinette parlano, il fumo brucia agli occhi, nessuno solleva lo sguardo. Con tutte quelle macchine non ci paghi l’affitto del locale, ma le bollette sì.
Anche al Tremotino c’erano le macchinette, ma quando mio marito ne ha preso la gestione non ha avuto dubbi
"Io tolgo i videopoker e ci metto un flipper e un biliardino, almeno ci giocano i ragazzi. Non ne voglio di gente che viene qui a bere, fumare e rovinarsi".
Per sei mesi il tipo che veniva a scaricare il flipper insisteva
"Ma siete sicuri? Mettetene almeno una, per provare. 200 euro al mese ce li fate. Basta dire che è vietato fumare".
E salutava sempre con "quando ci ripensate…"
Abbiamo perso qualche cliente, che va a giocare da un’altra parte, e ricevuto i ringraziamenti di qualche altro, "che io mi ci sono rovinato qui, e continuerei a farlo", che poi è comunque andato in un altro bar dove hanno le macchinette. Ma abbiamo continuato senza il videopoker.
La nostra amica Simona mi ha anche detto: "e non avete avuto problemi, quando avete detto che le volevate togliere? Nel bar dove vado a fare colazione non hanno potuto, il tipo del concessionario ha fatto capire che sarebbe stato meglio lasciarle lì”. E’ come pagare un pizzo, ma senza capire bene a quale organizzazione. Un pizzo in termini di dignità.
Quel bambino con lo sguardo rallentato che aspetta la madre mi dice che va bene così. Farebbe comodo, eccome, qualche macchinetta mangiasoldi. Prendi il 50% degli incassi. Ne metti quattro, hai elettricità e gas pagati. Però hai anche mamme che chiamano i figli “OH”, figli che cercano qualcuno con cui parlare, mariti che se va bene vengono spediti in terapia dal giudice e nonni che si giocano la pensione.
Ora, dico io, se proprio devo pagare le bollette vendendo qualcosa che produce dipendenza e alienazione e ingrassa le organizzazione paracriminali,  non sarebbe meglio se mi permettessero di coltivare la maria? Almeno la mafia la prenderebbe nel culo, mentre i bambini no.

domenica 1 gennaio 2012

Cronaca di un capodanno visto dall'altra parte del banco

Per il cenone avevano 25 persone di cui 3 non paganti, in quanto addetti all’animazione postprandiale.

Alle 20 circa si aprono i giochi, e vado al banco. Servo qualche coppetta di prosecco a qualche euforico tardone (mio coetaneo) e cerco di spiegare a una signora pettinatissima che se si chiama “prosecco” vuol dire che è secco e che il “prosecco dolce” non…  va bè, ecco il suo prosecco dolce signora.

Dopo il giro di coppette tutti seduti, con scambio dei tavoli e conseguente riorganizzazione della sala. Ma siamo qui per divertirci lavorando e così ci divertiamo.
La cena corre senza intoppi grazie a quel sant’uomo di mio marito che non perde occasione di mettere ordinatamente in colonna angeli santi e la trinità al completo ma che sa anche cucinare strabene e grazie alla nostra qualificata manovalanza: il Cinquo, studente d’ingegneria che arrotonda come cameriere (un cervello rubato a questo mestiere, sostiene il sant’uomo), Carlà la sua volenterosa fidanzata palermitana fuori sede, e Filippino, il nostro ottimo pizzaiolo.

Appena cacciata in gola l’ultima lenticchia scatta la mezzanotte. Pim pum pam evviva evviva buon anno Maracaibo taratatatà mare forza nove.
Averlo saputo gli avrei fatto pagare il cenone.
Ma è solo l’inizio, poi la programmazione svolta al reagge, purtroppo.
Scopro che il reagge è finalizzato a cacciare i tardoni, che infatti se ne vanno semi istantaneamente.
Usciti i tardoni viene rilasciata deroga al divieto di fumo, quindi si formano le catene di montaggio delle canne e in breve sembra di stare in Utrechtstrasse. In capo a mezz’ora la sala è nebbiosa e profumata.
Si passa al roots. Ora, il roots non è male, giusto appena un po’ ripetitivo.
Se stai dietro il banco non puoi fare la faccia di quella che avrebbe preferito i chemical bros, e siccome dietro il banco faccio poco perché cocktail e long drink li prepara il sant’uomo, che è il suo mestiere, finita la scossa di caffè e amari mi dedico a lavare i bicchieri, alle birre, alla danza e all’osservazione.

Intanto osservo  mio marito che tra un mojito, un negroni (s/cannuccia) scatta foto e riprende la situazione dal banco: dj, avventori, tacchi 12 e culi sprecati delle ragazze presenti.
Poi osservo le ragazze presenti. Avendo il tacco 12 non tutte ballano. Sono carine ma senza esagerare, la bellezza dei loro 24 anni circa, ragazzotte di paese uscite per festeggiare con il fidanzato e gli amici. Saranno una trentina di ragazzi, si conoscono tutti. Il clima è allegro senza eccesso, nessuno cerca la briga, nessuno apre lo spumante inondando la sala, nessuno chiede al dj mi metti aeiouy, nessuno balla la lap dance.

Nico è un atleta, fa triathlon. E’ alto e ben messo e ha la barba sfatta. Alle nove meno un quarto aveva già l’occhio ribaltato dal sonno. La sua ragazza è abbondante, rumorosa e goffa. E’ quella che rovescia sempre l’ultima bevuta sul banco quando si sta per chiudere. Balla ride canta e ogni volta che incrocia lo sguardo del suo uomo semiaddormentato, gli si butta addosso e cerca di infilargli la lingua in bocca. Lui puntualmente schiva. Tipa, non sta a me dirlo, ma non la vedo una storia con un futuro, la vostra.

Chicco si è finalmente tagliato i capelli, ora è molto fashion e batte il cinque in continuazione, la sua ragazza ha il viso da bambolina e le scarpe più belle della serata. Ha concesso la liberatoria a mio marito. Il destinatario dell’sms ha molto gradito e dovrebbe ringraziarmi per il nulla osta.

C’è uno molto simile a Lindo Ferretti che rimane nella medesima posizione tutta la sera, seduto sul tavolo accanto alla finestra come un’inquietante sagoma di sé stesso in scala 1:1.
Il Citti produceva il nostro vino della casa, ma la crisi è la crisi e ha liquidato l’azienda. La moglie fa l’avvocato, è vestita come un ferrero rocher in nero e pare sia uno squalo. Infatti è un’ora che lui mi ha salutato e l’aspetta sulla porta e lei balla spensierata.

Il Pelle è il mio preferito. Ha lo sguardo naif ed è pettinato come un’ananas, non si è mai tolto il parka e la kephia. Ha chiesto un “Grande Vodka Tonic” per sé e la sua dolcemetà e ha compilato il modulo per la tessera 2012. Come nota a margine ha specificato: se proprio ‘un lo capite sono briao.
Alla sua ragazza appartiene uno dei culi sprecati. Di solito è pimpante ma il tacco 12 la penalizza. E’ celiaca e per dolce prende le gallette di riso con mascarpone e nutella e chiede sempre di andare in bagno quando ormai è stato pulito e il sant’uomo sta per dare la buonanotte a tutti. Il Cinquo la saluta abitualmente chiedendole sibillino: “ce la fai a stare zitta 20 minuti?”

I djs sono affascinanti di default, è il fascino del mixer. Uno dei due assomiglia a un Pif in carne, l’altro ha una selezione musicale più interessante.  Si danno il cambio e non disdegnano il vinile.
Chiudono la serata con un pezzo che ahimè non conosco ma che conoscono tutti ma proprio tutti. Quindi con sorrisi felici iniziano a sciamare verso casa. Anche il Citti, se dio vuole, riesce a portare via sua moglie.

Il Cinquo barcolla lieto mentre aspira l’ultimo chopito di vodka. Filippino non è riuscito ad individuare il penultimo bicchiere al quale fermarsi e ha dovuto abbracciare la tazza del wc per dare il buon anno anche a lei. Per fortuna la brava Agnese (un nome, una garanzia), sua compagna convivente, si astiene dall’alcool per disinteresse e per amore e così riporta lei a casa la crew al completo.

Sulla strada del ritorno faccio mente locale. Sono le cinque del mattino, io e il sant’uomo abbiamo lavorato 19 ore senza contare gli altri giorni di approvvigionamenti e preparazioni, l’incasso della serata basterà a pagare i ragazzi e una percentuale delle spese vive.
Se non fosse per gli smartphone, il mixer digitale e la musica decisamente contemporanea questa serata avrebbe potuto svolgersi 60 anni fa.
Rifletto sull’immagine mia e del sant’uomo che serviamo ai tavoli sulla terrazza di una locanda a Ostia Lido nello sfascio del dopoguerra carico di speranze e rallento per far passare una famiglia di cinghiali che mi attraversa la strada.

E finalmente guadagno il sospirato letto.