Oggi era giorno di controllo.
arrivo in anticipo, contrariamente
alle mie buone abitudini, e ho tutto il tempo di prendere il mio numero
al cup perchè questa volta non mi fregano: PRIMA pago il ticket, POI
vado alla visita.
l'atrio è strapieno, ma io ho il numerino e
nessuno mi passerà avanti. attendo il mio turno in compagnia del
giornale e quando tocca a me, con la cartelletta della mia storia
clinica in ordine contrariamente alle mie buone abitudini, mi accosto
sorridente allo sportello che mi è toccato.
ho scoperto che se sorrido in una situazione potenzialmente da stress mi stresso di meno.
un
omino dall'accento quercetino guarda il mio numerino, le mie
impegnative, il mio foglio di convocazione, il suo terminale, smanetta
sulla tastiera e pìrula sulla mia tessera sanitaria e poi gentilmente mi
spiega che PRIMA devo fare la visita e POI devo tornare a pagare il
ticket. ohibò!
salgo le scale, arrivo all'ambulatorio. sono in anticipo e quindi attendo, ma solo un po'.
all'infermiera
consegno le mie impegnative, la mia cartelletta in ordine,
l'autocertificazione che contrariamente alle mie buone abitudini avevo
già compilato e lei mi spiega sorridendo che PRIMA deve fare un copia di
tutto e POI posso fare la visita. Copia e ricopia, aggiunge e corregge
perchè sono fuori asl e tutto è più complicato.
il dottore ci dice sorridendo che visto che abbiamo un certo anticipo possiamo anche mantenerlo e mi invita a prepararmi.
in breve ottengo un "dalla colposcopia tutto bene" e un "il referto del pap test le arriverà per posta".
l'infermiera
mi restituisce sorridendo una copia di tutto e mi raccomanda "il codice
a barre per i 15 euro e "altra prestazione" per i 12, glielo dica al
cup e non il contrario"
attendo poi l'omino quercetino del cup
prende la sua copia del tutto, smanetta e pìrula e mi fa il codice a
barre per i 12 euro e l'altra prestazione per i 15.
"ma guardi mi avevano detto esattamente l'opposto" dico sorridendo
"ma tanto è uguale" mi dice sorridendo
visto
che è uguale vado alla macchinetta e una gentile signora sorridente
incaricata all'assistenza molto coscienziosamente ma con gran calma mi
assiste e serenamente pago.
torno all'ambulatorio, attendo poi busso e consegno le ricevute già compilate contrariamente alle mie buone abitudini.
eh,
però ha fatto il codice a barre per i 12 euro. e non va bene perdinci.
ma possibile che dobbiamo sempre perdere tutto questo tempo. scommetto
che è stato l'omino. è stato l'omino vero? oggi l'omino lo meno. pronto
mi passa Mariani? Mariani ci risiamo hanno di nuovo sbagliato a far
pagare il ticket. eppure era stato esplicitamente chiesto al cup di fare
il codice a barre per i 15 euro. ora la signora è costretta a tornare
giù. signora le dispiace tornare giù a parlare con mariani, così vediamo
di risolvere.
sorridendo vado a parlare con mariani nell'ufficio accanto al cup.
mariani non c'è quindi sorridendo attendo.
mariani prende le mie ricevute: ma no, va bene così. tanto è uguale.
torno
su. ah, è uguale? l'ha detto mariani? se l'ha detto mariani... e poi
ora che guardo lei era un CIN3. la prossima volta dica al suo medico che
ha diritto all'esenzione dal ticket: codice 48.
totale:
costo della prestazione: 27 euro
permanenza nella struttura: 2 ore
di cui: 138 secondi per la visita
mettiamola
così, se il responso non fosse stato buono, se il dottore non avesse
avuto la mimica facciale di greg house, se non avessi word come analista
e fb come gruppo di autoaiuto a vostra insaputa probabilmente non sarei
uscita sorridendo dall'ospedale.
giovedì 15 dicembre 2011
venerdì 25 novembre 2011
Amianto
Sono un tecnico, uno di quelli che lavora dietro e sotto il palco.
Monto le luci o porto i pannelli di compensato per le scenografie. Ho
mani grosse e forti, e riesco a risolvere qualsiasi problema con queste
mie mani e il mio ingegno.
Sono una sarta, rincorro cantanti e figuranti con gli spilli in bocca per aggiustar loro i vestiti durante le prove. Riesco a cucire qualunque stoffa e adattare anche il più visionario dei sogni di uno stilista a qualsiasi fisico di attore.
Sono un pischello, ho fatto la coda tutta la notte fuori e da domani per un mese sarò un soldato di Aida o un passante stregato da Carmen. La lirica non mi piaceva, ma a furia di comparsate per arrotondare lo stipendio, ora mi piace e ci sto dentro.
Sono una maestra e ogni anno organizzo, riempio moduli, chiedo permessi e autorizzazioni per portare i bambini a vedere questo splendido teatro e i misteri celati dietro al sipario.
Sono una bimba e ho un sogno. Qualcuno potrà dire che è il sogno di tutte le bambine, ma io sono speciale e l'ho realizzato: volevo fare la ballerina e ora sono entrata nella migliore scuola di danza d'Italia.
Sono una musicista, un cantante, un direttore d'orchestra, un regista, un tecnico luci suono un operatore di ripresa uno specializzato una maschera un uomo delle pulizie un melomane una cassiera una guardarobiera un coreografo una ballerina di fila.
ora, la fortuna è cieca, la vita ingiusta e il destino crudele. ma non è che bisogna sempre e per forza metterci sopra il carico
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/alla-scala-va-in-scena-lamianto/172711/
Sono una sarta, rincorro cantanti e figuranti con gli spilli in bocca per aggiustar loro i vestiti durante le prove. Riesco a cucire qualunque stoffa e adattare anche il più visionario dei sogni di uno stilista a qualsiasi fisico di attore.
Sono un pischello, ho fatto la coda tutta la notte fuori e da domani per un mese sarò un soldato di Aida o un passante stregato da Carmen. La lirica non mi piaceva, ma a furia di comparsate per arrotondare lo stipendio, ora mi piace e ci sto dentro.
Sono una maestra e ogni anno organizzo, riempio moduli, chiedo permessi e autorizzazioni per portare i bambini a vedere questo splendido teatro e i misteri celati dietro al sipario.
Sono una bimba e ho un sogno. Qualcuno potrà dire che è il sogno di tutte le bambine, ma io sono speciale e l'ho realizzato: volevo fare la ballerina e ora sono entrata nella migliore scuola di danza d'Italia.
Sono una musicista, un cantante, un direttore d'orchestra, un regista, un tecnico luci suono un operatore di ripresa uno specializzato una maschera un uomo delle pulizie un melomane una cassiera una guardarobiera un coreografo una ballerina di fila.
ora, la fortuna è cieca, la vita ingiusta e il destino crudele. ma non è che bisogna sempre e per forza metterci sopra il carico
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/alla-scala-va-in-scena-lamianto/172711/
giovedì 6 ottobre 2011
Contrasti
A volte sei sulla terraferma, eppure ti sembra di navigare.
A volte basta una passeggiata, basta arrivare in fondo al pontile e non guardarti indietro.
Arrivi in cima, e il mare ti circonda. In giornate come questa, la brezza ormai fredda del tramonto disegna sulla superficie piccole ondine inoffensive, increspature che corrono veloci fino a riva.
Se ti fermi e aspetti, il vento ti fa colare il naso e il sole socchiudere gli occhi. Tra la luce accecante e la brezza ghiaccia l’unica cosa reale che c’è intorno a te è il movimento rapido della corrente.
E’ quasi una vertigine che ti può cogliere in questi momenti, uno strano contrasto tra i tuoi piedi fermi e tutto quel movimento piccolo e rapido intorno.
Guardi all’orizzonte cercando un punto fermo e l’unico punto che vedi è una sagoma che si avvicina e avvicinandosi si delinea, mostrando i suoi alberi e le sue vele ammainate.
Sollevi lo sguardo e anche il cielo non sta fermo perché i gabbiani ti girano intorno.
Sorseggi e aspetti che la vertigine passi.
E invece della vertigine, davanti a te passano signore anzianissime su ruote, incartate in multistrati di lana, spinte dai nipoti o dalle nuore, bambini al guinzaglio di mamme pettinatissime, tronisti a petto nudo che joggano supermonitorati.
Poi, uno skater ti sorpassa e cancella con la sua onda a rotelle il viaggio costacrociere mentale che per un attimo ti aveva quasi addolorata.
A volte basta una passeggiata, basta arrivare in fondo al pontile e non guardarti indietro.
Arrivi in cima, e il mare ti circonda. In giornate come questa, la brezza ormai fredda del tramonto disegna sulla superficie piccole ondine inoffensive, increspature che corrono veloci fino a riva.
Se ti fermi e aspetti, il vento ti fa colare il naso e il sole socchiudere gli occhi. Tra la luce accecante e la brezza ghiaccia l’unica cosa reale che c’è intorno a te è il movimento rapido della corrente.
E’ quasi una vertigine che ti può cogliere in questi momenti, uno strano contrasto tra i tuoi piedi fermi e tutto quel movimento piccolo e rapido intorno.
Guardi all’orizzonte cercando un punto fermo e l’unico punto che vedi è una sagoma che si avvicina e avvicinandosi si delinea, mostrando i suoi alberi e le sue vele ammainate.
Sollevi lo sguardo e anche il cielo non sta fermo perché i gabbiani ti girano intorno.
Sorseggi e aspetti che la vertigine passi.
E invece della vertigine, davanti a te passano signore anzianissime su ruote, incartate in multistrati di lana, spinte dai nipoti o dalle nuore, bambini al guinzaglio di mamme pettinatissime, tronisti a petto nudo che joggano supermonitorati.
Poi, uno skater ti sorpassa e cancella con la sua onda a rotelle il viaggio costacrociere mentale che per un attimo ti aveva quasi addolorata.
Etichette:
Lido di Camaiore,
sensazioni
Ubicazione:
Lido di Camaiore, 55041 Camaiore LU, Italia
lunedì 26 settembre 2011
Cuore di mamma
Accese il fuoco, si
guardò intorno, sistemò il plaid accanto a sé, infine si distese. Guardò
la ciotola piena di un fluido denso e trasparente. Un tonfo improvviso
la fece sobbalzare, drizzò le antenne ma non si sentì più nulla, così
prese la stoffa soffice e si coprì le estremità. Fuori l’inverno
cominciava a farsi serio, il prato era coperto di un manto nevoso
soffice e spesso.
Chiuse gli occhi. Tra poco avrebbe dovuto scendere a controllare come stavano le piccole. Finchè non le sento agitarsi vuol dire che dormono. Le pareti scure intorno a lei si fecero sempre più sfuocate, e alla fine si addormentò.
La svegliò la furia del vento, poi un rumore ritmico, il ripetuto bussare alla porta. Si alzò per nulla incuriosita. Eccoci. Borbottando aprì la porta. Il vento gelido le si insinuò in profondità mentre immobile fissava l’ombra scura di fronte a lei: tremava come una foglia e aveva uno sguardo supplice. Le ricopriva le spalle un delicato velo, irrigidito dal gelo.
Le prese il polso e la fece entrare. Senza parlare sorrise soddisfatta e la portò vicino al fuoco. L’ospite si rianimò un pochino e distese gli arti intirizziti verso il calore del focolare. “Ora stai qui buona, scaldati. Mi spiegherai tutto più tardi” la sua voce pacata era una carezza lieve, inaspettata. Le consegnò la ciotola; l’ospite affamata ci si avventò, sorpresa e riconoscente.
Si udì un tramestio veloce provenire dal piano inferiore. La padrona di casa si diresse verso il lungo corridoio buio in fondo alla stanza. “Torno subito” la rassicurò e scomparve. Un leggero frusciare, una nenia monotona, poi di nuovo i suoi piccoli passi rapidi.
“L’inverno è arrivato così improvviso quest’anno” sussurrò l’ospite distesa ormai immobile a terra. Aveva una voce roca, l’ombra della potenza dimostrata nelle stagioni passate.
“E’ quello che dite tutte” ribattè acida la formica, avvicinandosi. La sollevò con le mascelle poderose e la fece scivolare nella voragine apertasi accanto alla coperta. Un tonfo sordo, un veloce fruscìo, il suono secco delle zampette che venivano strappate.
Ecco, ora le piccole staranno buone ancora per un po’-sogghignò fredda, soddisfatta- L’inverno sarà lungo ma verranno altre cicale imploranti a elemosinare pietà a questa porta.
questo raccontino è stato pubblicato in "365 storie cattive", AA.VV., 2/2011
trovate maggiori informazioni qui: http://blog.aisea.org/articolo.asp?articolo=46
Chiuse gli occhi. Tra poco avrebbe dovuto scendere a controllare come stavano le piccole. Finchè non le sento agitarsi vuol dire che dormono. Le pareti scure intorno a lei si fecero sempre più sfuocate, e alla fine si addormentò.
La svegliò la furia del vento, poi un rumore ritmico, il ripetuto bussare alla porta. Si alzò per nulla incuriosita. Eccoci. Borbottando aprì la porta. Il vento gelido le si insinuò in profondità mentre immobile fissava l’ombra scura di fronte a lei: tremava come una foglia e aveva uno sguardo supplice. Le ricopriva le spalle un delicato velo, irrigidito dal gelo.
Le prese il polso e la fece entrare. Senza parlare sorrise soddisfatta e la portò vicino al fuoco. L’ospite si rianimò un pochino e distese gli arti intirizziti verso il calore del focolare. “Ora stai qui buona, scaldati. Mi spiegherai tutto più tardi” la sua voce pacata era una carezza lieve, inaspettata. Le consegnò la ciotola; l’ospite affamata ci si avventò, sorpresa e riconoscente.
Si udì un tramestio veloce provenire dal piano inferiore. La padrona di casa si diresse verso il lungo corridoio buio in fondo alla stanza. “Torno subito” la rassicurò e scomparve. Un leggero frusciare, una nenia monotona, poi di nuovo i suoi piccoli passi rapidi.
“L’inverno è arrivato così improvviso quest’anno” sussurrò l’ospite distesa ormai immobile a terra. Aveva una voce roca, l’ombra della potenza dimostrata nelle stagioni passate.
“E’ quello che dite tutte” ribattè acida la formica, avvicinandosi. La sollevò con le mascelle poderose e la fece scivolare nella voragine apertasi accanto alla coperta. Un tonfo sordo, un veloce fruscìo, il suono secco delle zampette che venivano strappate.
Ecco, ora le piccole staranno buone ancora per un po’-sogghignò fredda, soddisfatta- L’inverno sarà lungo ma verranno altre cicale imploranti a elemosinare pietà a questa porta.
questo raccontino è stato pubblicato in "365 storie cattive", AA.VV., 2/2011
trovate maggiori informazioni qui: http://blog.aisea.org/articolo.asp?articolo=46
sabato 17 settembre 2011
Bellissima
Giro in bicicletta in
pineta e gelato alla rotonda. Al primo sole è praticamente un obbligo,
sono quei rituali che è bello reiterare.
Di fronte alla gelateria c’è l’Hotel Turandot, tre stelle, l’unico hotel sulla Marina di Torre del Lago.
Di fronte all’hotel c’è la scalinata, e sulla scalinata un grumo di pizzi e guêpière, penne di struzzo, trampoli e french nails disordinatamente in coda. E’ tutto un chiacchiericcio, un osservar l’altrui, e un certo fremere contenuto.
In cima alla scala, a lato della porta a vetri, una ragazza in tuta grigia, walkie talkie e cartelletta, smista la varia umanità assiepata. Fa un cenno al tipo alto e calvo con l’auricolare che le sta di fronte e il tipo ne fa entrare due, una dark lady e una supertrans. La variazione di densità sulla scala provoca qualche riposizionamento con conseguente malcontento. Ma il tipo alto e calvo ripristina la condizione di ordine.
Altro cenno, altra coppia.
"Chi sono mamma?"
"Si direbbe un casting"
"Sì, per una scena di un film che devono girare al Frau", ci informa l’omino della gelateria.
Ci mettiamo sedute al tavolo fuori, il Pericolo Biondo si cosparge di cioccolata la maglietta, Acqua Cheta ed io osserviamo l’evolversi della situazione.
Un casting. Qui, ora. Questo è un segno del destino. Ora finiamo il gelato e le porto là, saliamo i gradini facendoci strada tra la folla e guadagniamo la pole position, la ragazza con il walkie talkie vede le mie bambine e rimane folgorata. "Presto entrate" ci fa "stiamo proprio cercando due bambine per un film che andrà in produzione quest’estate". Figata, così non devono neanche saltare la scuola. Allora entriamo e il responsabile del casting le vede e dice "perfette". Un futuro nel cinema, per le mie belle perle. Sì, è proprio un segno del destino.
Intanto la ragazza ha chiuso il casting e i rimasugli se ne vanno strascinando per strada la propria delusione.
Poco male, vorrà dire che avranno più attenzione per le mie perle, ora. Certo la maglietta al cioccolato non è il massimo, ma rende tutto spontaneo, imprevisto.
"Andiamo a vedere mamma?"
"Va bene cara, finite il gelato"
Come una Nannarella contemporanea, le prendo per mano e attraverso la strada. Mi ci vedo nella parte, con le borse sotto gli occhi, i capelli spettinati e le creature al mio fianco. Cammino, con la schiena dritta e il passo deciso. Raggiungo la scala, saliamo.
"Le bambine erano curiose di vedere dentro che c’è".
"Come vi chiamate? Che bei nomi! Allora, vi spiego: qui stiamo cercando delle comparse per un nuovo film italiano che uscirà a settembre e dobbiamo girare una scena a Torre del Lago, nella discoteca Frau. Ah, ma và? E quella accanto al bagno dove andate con i nonni? No signora, è alla sua prima regia, non credo che lo conosca. Gipi, un autore di comix".
Le mie bertuccine sono annichilite: dentro, davanti alle petineuses, tra nuvole di lacca e brillantini, stanno finendo l’acconciatura a una stangona sui trampoli, infilando la guêpière nera alla supertrans e spandendo il rossetto nero sulle labbra di Morticia Addams.
Le comparse sono pronte, la supertrans mi passa vaporosa accanto con i suoi due metri buoni tacco incluso e sul viso di Acqua Cheta si dipinge un’espressione di sgomento.
Sono sicura che Nannarella non si è mai trovata a dover dare delle spiegazioni così impegnative.
Di fronte alla gelateria c’è l’Hotel Turandot, tre stelle, l’unico hotel sulla Marina di Torre del Lago.
Di fronte all’hotel c’è la scalinata, e sulla scalinata un grumo di pizzi e guêpière, penne di struzzo, trampoli e french nails disordinatamente in coda. E’ tutto un chiacchiericcio, un osservar l’altrui, e un certo fremere contenuto.
In cima alla scala, a lato della porta a vetri, una ragazza in tuta grigia, walkie talkie e cartelletta, smista la varia umanità assiepata. Fa un cenno al tipo alto e calvo con l’auricolare che le sta di fronte e il tipo ne fa entrare due, una dark lady e una supertrans. La variazione di densità sulla scala provoca qualche riposizionamento con conseguente malcontento. Ma il tipo alto e calvo ripristina la condizione di ordine.
Altro cenno, altra coppia.
"Chi sono mamma?"
"Si direbbe un casting"
"Sì, per una scena di un film che devono girare al Frau", ci informa l’omino della gelateria.
Ci mettiamo sedute al tavolo fuori, il Pericolo Biondo si cosparge di cioccolata la maglietta, Acqua Cheta ed io osserviamo l’evolversi della situazione.
Un casting. Qui, ora. Questo è un segno del destino. Ora finiamo il gelato e le porto là, saliamo i gradini facendoci strada tra la folla e guadagniamo la pole position, la ragazza con il walkie talkie vede le mie bambine e rimane folgorata. "Presto entrate" ci fa "stiamo proprio cercando due bambine per un film che andrà in produzione quest’estate". Figata, così non devono neanche saltare la scuola. Allora entriamo e il responsabile del casting le vede e dice "perfette". Un futuro nel cinema, per le mie belle perle. Sì, è proprio un segno del destino.
Intanto la ragazza ha chiuso il casting e i rimasugli se ne vanno strascinando per strada la propria delusione.
Poco male, vorrà dire che avranno più attenzione per le mie perle, ora. Certo la maglietta al cioccolato non è il massimo, ma rende tutto spontaneo, imprevisto.
"Andiamo a vedere mamma?"
"Va bene cara, finite il gelato"
Come una Nannarella contemporanea, le prendo per mano e attraverso la strada. Mi ci vedo nella parte, con le borse sotto gli occhi, i capelli spettinati e le creature al mio fianco. Cammino, con la schiena dritta e il passo deciso. Raggiungo la scala, saliamo.
"Le bambine erano curiose di vedere dentro che c’è".
"Come vi chiamate? Che bei nomi! Allora, vi spiego: qui stiamo cercando delle comparse per un nuovo film italiano che uscirà a settembre e dobbiamo girare una scena a Torre del Lago, nella discoteca Frau. Ah, ma và? E quella accanto al bagno dove andate con i nonni? No signora, è alla sua prima regia, non credo che lo conosca. Gipi, un autore di comix".
Le mie bertuccine sono annichilite: dentro, davanti alle petineuses, tra nuvole di lacca e brillantini, stanno finendo l’acconciatura a una stangona sui trampoli, infilando la guêpière nera alla supertrans e spandendo il rossetto nero sulle labbra di Morticia Addams.
Le comparse sono pronte, la supertrans mi passa vaporosa accanto con i suoi due metri buoni tacco incluso e sul viso di Acqua Cheta si dipinge un’espressione di sgomento.
Sono sicura che Nannarella non si è mai trovata a dover dare delle spiegazioni così impegnative.
venerdì 16 settembre 2011
Sinonimi
E’ cominciata la scuola, con conseguenti 13+13 km di trasferimento casa scuola ritorno incluso.
(si va vivere fuori dalla città un po’ per questo, per potersi spostare in macchina il doppio)
Essendo madre talebana per natura e squattrinata per sorte, non ho mai dotato il mezzo di trasporto dell’autoradio. All’acquisto ostava una remora latente: il pensiero di essere costretta, per quieto vivere itinerante, al repeat incondizionato de “il coccodrillo come fa”, si scontrava con la mia idea di educazione.
In macchina, per 20 min a viaggio con prole in età scolare, si possono fare altre cose: si ripassano le tabelline, si canta, si litiga, si guarda il paesaggio, si gode del silenzio. Molto si parla.
Argomenti ce ne sono tanti, ma in questo periodo va per la maggiore e di pari passo con il programma ministeriale, il tema de “i sinonimi”.
-Ogni parola ha il suo significato, a volte preciso, altre volte sfumato. Ma sinonimi in senso stretto non esistono. Ci possono essere parole che, per affinità di senso, possono essere usate per sostituire delle parole simili, per rendere un racconto più elegante o più accattivante o fluido. Ma le usi solo dopo aver definito un oggetto o una azione nei suoi veri termini. Per esempio “casa” e “abitazione” definiscono lo stesso oggetto, ma “casa” ne sottolinea la “materia”, “abitazione” invece pone l’accento sul suo “uso”. Oppure tutti gli alberi sono piante, ma non tutte le piante sono alberi, ci sono i cespugli, le piante erbacee…”
-Ma, hai presente “soffice” e “morbido”? non ti danno l’idea di una cosa che quando la tocchi è bella, morbida, soffice? Ecco, la maestra ha detto che questi sono sinonimi
-Sì, la maestra dal suo punto di vista ha ragione, però “soffice” lo dici della neve, mentre “morbido” lo dici di un cuscino.
In effetti il termine “pedante”, nella sua accezione di aggettivo sostantivato, può diventare sinonimo di “madre”.
(si va vivere fuori dalla città un po’ per questo, per potersi spostare in macchina il doppio)
Essendo madre talebana per natura e squattrinata per sorte, non ho mai dotato il mezzo di trasporto dell’autoradio. All’acquisto ostava una remora latente: il pensiero di essere costretta, per quieto vivere itinerante, al repeat incondizionato de “il coccodrillo come fa”, si scontrava con la mia idea di educazione.
In macchina, per 20 min a viaggio con prole in età scolare, si possono fare altre cose: si ripassano le tabelline, si canta, si litiga, si guarda il paesaggio, si gode del silenzio. Molto si parla.
Argomenti ce ne sono tanti, ma in questo periodo va per la maggiore e di pari passo con il programma ministeriale, il tema de “i sinonimi”.
-Ogni parola ha il suo significato, a volte preciso, altre volte sfumato. Ma sinonimi in senso stretto non esistono. Ci possono essere parole che, per affinità di senso, possono essere usate per sostituire delle parole simili, per rendere un racconto più elegante o più accattivante o fluido. Ma le usi solo dopo aver definito un oggetto o una azione nei suoi veri termini. Per esempio “casa” e “abitazione” definiscono lo stesso oggetto, ma “casa” ne sottolinea la “materia”, “abitazione” invece pone l’accento sul suo “uso”. Oppure tutti gli alberi sono piante, ma non tutte le piante sono alberi, ci sono i cespugli, le piante erbacee…”
-Ma, hai presente “soffice” e “morbido”? non ti danno l’idea di una cosa che quando la tocchi è bella, morbida, soffice? Ecco, la maestra ha detto che questi sono sinonimi
-Sì, la maestra dal suo punto di vista ha ragione, però “soffice” lo dici della neve, mentre “morbido” lo dici di un cuscino.
In effetti il termine “pedante”, nella sua accezione di aggettivo sostantivato, può diventare sinonimo di “madre”.
lunedì 12 settembre 2011
Ecco, finita.
Non ricordo un ultimo giorno di vacanza con il brutto tempo.
Magari aveva piovuto per tutta l’ultima settimana, e la temperatura si era abbassata e bisognava cominciare a coprirsi un po’. Si aspettava che smettesse il temporale per poter andare in bicicletta nelle pozzanghere, o per andare a vedere il mare mosso e a sentire il libeccio sul viso. O si andava Viareggio in motorino, da Blue Point a comprare le cavigliere che presto non avremmo più potuto portare perché davano fastidio con le calze, o si andava al mercato a cercare i pantaloni di velluto, che in quella bancarella dove si serviva nostra madre i prezzi erano ottimi e ci vestiva tutte e quattro con poco. Si cominciavano a smontare il tavolo del giardino e a riporre le sedie e si svuotava la cabina. Le pulizie, le valigie, il gatto, i vocabolari di latino e greco e le versioni rimaste da fare per gli esami di riparazione.
Ma l’ultimo giorno, quello prima della partenza, è sempre stato bel tempo.
L’ultimo bagno, l’ultimo gelato, l’ultimo gioco o l’ultimo bacio, le ultime conchiglie, l’ultimo aperitivo, l’ultimo tramonto, l’ultimo sguardo al mare.
Poi, il giorno dopo, l’autostrada.
Ecco, oggi è l’ultimo giorno di vacanza, ma non sarò io a partire. Partiranno gli altri.
Se vivi in un posto come questo, vicino al mare, la partenza degli altri la aspetti per tutta l’estate. Torni ad essere padrone delle strade, dei bar, del mercato, del molo e del lungomare. Sai che l’inverno che arriverà non sarà rigido, e la possibilità di andare sulla sabbia a passeggiare ti fa sentire speciale.
Certo, magari non lo fai perché la vita è la stessa per tutti, dura. Però potresti.
Eppure non vedi l’ora che gli altri tornino, così, per sentirti un po’ al mare anche tu.
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